Stupro, maternità e follia: la storia di Génie la matta scritta da Inés Cagnati

 

L’alienazione, Inés Cagnati, se la porta appresso dalla nascita. Figlia di immigrati italiani che si trasferirono nel sud ovest della Francia a cavallo tra le due guerre in cerca di fortuna, la piccola Inés crebbe tra il fango delle fattorie di Monclar-d'Agénais, dove lavoravano decine di braccianti come i suoi genitori che trascorrevano le giornate nelle stalle, non avevano tempo per badare ai figli e la domenica si riunivano con i connazionali. Erano i contadini stranieri, i poveri che non sapevano leggere e scrivere e non avevano diritti. È questo il destino della famiglia Cagnati e quello di Inés. Una bambina infelice che sentirà di appartenere, per tutta la vita, a una minoranza o anche meno come confesserà in una delle sue rare apparizioni televisive nel 1989: «Quando i miei genitori mi hanno naturalizzata, è stata una tragedia perché non ero francese e non ero più neanche italiana. Quindi non ero niente», aggiungendo poi: «L'infanzia è stata per me un periodo completamente infelice». E questa infelicità, questo senso di estraneità, accompagnerà Cagnati fino alla fine dei suoi giorni. Un’esistenza lontana, separata dal resto della società come i personaggi dei suoi libri, per lo più bambine, ragazze e donne escluse ed emarginate alle quali viene sottratto tutto anche il calore famigliare e, più specificatamente, quello materno.


Immergendomi nella rappresentazione del mondo materno di Inés Cagnati, ho come l’impressione di affondare nel tempo proustianamente perduto dell’infanzia che è innanzitutto un ritorno proprio alla figura della madre e il cui ricordo è spesso corroborato da profonde angosce come quelle raccontate nel libro Génie la matta, pubblicato in Francia nel 1976 e tradotto da Ena Marchi per Adelphi agli inizi del 2022. La lama affilata della scrittura di Inès Cagnati recide qualsiasi tipo di racconto celebrativo della madre inserendo la narrazione in un climax emotivo che mi ha sconvolta e pervasa nello stesso tempo.




Sullo sfondo di una terra brulla e inospitale, la terra selvaggia della campagna francese attraversata da fiumi e foschie, da salici tristi e alberi spogli, da campi sterminati schiacciati da lembi di cielo plumbeo, dove i ritmi della vita seguono quelli della natura, in quella terra vaga un’anima disperata. Si chiama Eugenie ma tutti la chiamano Génie la matta. Ripudiata dalla famiglia in seguito allo stupro subito, Eugenie dà alla luce Marie rifugiandosi in una casa diroccata in mezzo al bosco. Per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare nelle fattorie, accettando qualsiasi tipo di mansione pur di portare a casa qualche tozzo di pane e altri pochi avanzi di cibo per lei e la figlia. L’infanzia di Marie è racchiusa tra le mura di questa casa che il buio della notte sembra inghiottire facendola risorgere alle prime luci dell’alba. È tra questi sentieri, tra i campi e le fattorie dove lavora Eugenie, che Marie attende il ritorno del corpo materno, del suo calore dopo una giornata di lavoro, quell’odore pungente di animali e stalla ma per la figlia così confortante.

 

Per Marie la madre è un luogo, oltre che un corpo, che avrebbe voluto amare, abitare, nel quale avrebbe voluto scivolare per sentirsi protetta, per imparare a riconoscerne il profumo, a percepirne i mutamenti. Ma tutto ciò le viene negato e quel luogo si trasforma in una terra sconosciuta, in un corpo proibito.


Dopo la lettura di Cagnati sono andata a rileggere le parole strazianti e terribili di Marguerite Duras che del corpo materno ne ha fatto materiale letterario da scoprire e riscoprire. «Ho avuto in sorte una madre dominata da una disperazione totale, dalla quale nemmeno i rari momenti felici della vita riuscivano a distoglierla. (...) Succedeva ogni giorno. Di questo sono sicura. Bruscamente. A un dato momento, ogni giorno, appariva la disperazione». E le parole di Duras mi hanno condotta a quelle di Annie Ernaux che attraverso la scrittura ha rimesso al mondo la madre e ha deciso di abitare quel corpo, forse per l'ultima volta, dopo averlo rinnegato per troppo tempo provando a riempire il vuoto con il cibo, i silenzi e le distanze. «Era lei, le sue parole, le sue mani, i suoi gesti, la sua maniera di ridere e camminare, a unire la donna che sono alla bambina che sono stata. Ho perso l’ultimo legame con il mondo da cui provengo».

 

Attende in silenzio, Marie. Attende l’abbraccio materno, la carezza prima di addormentarsi, la storia della buonanotte raccontata con voce soave. Nel tempo, Marie aspetterà invano il corpo di sua madre che, invece, si allontanerà sempre di più fino a scomparire tra la foschia dei campi trasformandosi in quel luogo sconosciuto e proibito evocato da Marguerite Duras e Annie Ernaux, incompreso e misterioso, ma anche crudele, distaccato e brutale.

 

La storia di Génie la matta, questa straziante storia del rifiuto e dell’abbandono materno, è racchiusa nel perimetro della narrazione della follia. Eugenie viene trattata da tutti, in primis da sua madre che l’ha ripudiata, come una matta che è meglio tra le mura di un manicomio che libera tra la folla poiché: «una matta in libertà tutti la guardano ma rinchiusa se la dimenticano». Parole di una violenza inaudita ampliate dalla stessa autrice nell’intervista posta a chiusura del libro: «fuori da quelle mura sopravvive almeno il desiderio di diventare matti e di scegliere la forma della propria follia per protestare contro l’insopportabile». Ma in questo racconto non c’è spazio per la speranza e il desiderio.

Nel momento in cui Eugenie alza la testa e tenta di uscire dal fango in cui sua madre l’ha relegata per tutta la vita, il destino si accanisce con ferocia su questa giovane donna spingendola a compiere il gesto estremo, condannando la sua stessa vita al mutismo e al silenzio eterni.


Inés Cagnati, nell’intervista in calce al romanzo, parla di sé, della sua scrittura, dell’intreccio (vero o presunto) tra biografia e autobiografia. Parla, anche, delle dolci isole profumate di azzurro che Marie descrive alla madre e dice che forse sì, esistono ma lei non le ha mai incontrate. «Credo siano anche in noi, o soltanto in noi». Tra sogno e incubo, la scrittura di Cagnati si muove su questi binari e io attendo, trepidante, di poter leggere gli altri libri (pochi ma preziosi) che lei ha scritto mentre era in vita, lontana dai salotti parigini, nel silenzio che si confà alla scrittura.

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