Se ne va Marjane Satrapi. Con Persepolis ha dato voce alle donne iraniane

giugno 04, 2026

È morta Marjane Satrapi.

E il minimo che possa fare, e per quello che può valere, è scrivere queste poche righe. Non pensare alla forma, almeno per una volta. Lasciarmi andare al ricordo che ho di lei, la prima lettura di Persepolis. È stato nell’inverno (o forse era autunno) del 2005. L’edizione di Sperling & Kupfer mi venne regalata. Non sapevo quasi nulla dell'Iran, se non ciò che arrivava dai telegiornali: proteste, tensioni politiche, immagini di un paese che appariva lontanissimo e incomprensibile. E sapevo ancora meno delle donne iraniane, della complessità delle loro vite, delle libertà conquistate e perdute, delle forme quotidiane di resistenza che attraversavano la società.



Con Persepolis mi si aprì una porta. Attraverso le parole e i disegni di Marjane Satrapi scoprii che dietro le immagini stereotipate dell’Iran esistevano persone che ascoltavano musica, leggevano libri, litigavano con i genitori, si innamoravano, desideravano libertà. Scoprii che la rivoluzione, la guerra, la repressione non erano soltanto eventi storici ma esperienze vissute da corpi concreti, da famiglie concrete. Scoprii soprattutto che una donna poteva raccontare il proprio paese senza trasformarlo né in un simbolo né in una vittima, ma restituendogli tutta la sua complessità, che è esattamente quello che ha fatto Satrapi. Per me, che avevo poco più di vent’anni, fu una rivelazione e non mi riferisco all'aspetto letterario, parlo soprattutto di quello umano. Con lei scoprii la sua storia e quella di un intero Paese. Scoprii una bambina cresciuta durante la rivoluzione islamica, che aveva attraversato la guerra, l’esilio, che era ritornata nel proprio paese e con difficoltà si era appropriata di sé stessa. Attraverso il suo racconto scoprii anche la realtà iraniana, le contraddizioni della Repubblica islamica, le restrizioni imposte alle donne ma anche le forme quotidiane di resistenza, di desiderio e di libertà che continuavano a esistere. E proprio così scoprii che una ragazza nata e cresciuta a migliaia di chilometri poteva interrogarsi sulle stesse cose sulle quali io mi interrogavo: il rapporto con la famiglia, il desiderio di libertà, il corpo, l'appartenenza, il bisogno di trovare una voce propria. E scoprii anche che, pur nelle differenze culturali, enormi, vi era una qualche forma di riconoscimento.

Molti anni dopo, seguendo il filo che Satrapi aveva lasciato nelle mie mani, arrivai a un’altra artista iraniana che avrebbe significato molto per me: Shirin Neshat. Anche lì ritrovai la stessa domanda sulla libertà, sul corpo femminile, sull'esilio, sull'identità.

E questo è stato uno dei doni più grandi di Marjane Satrapi: raccontare per svelare, dare un altro punto di vista e costruire (per me e per noi tutti) un nuovo punto di osservazione e così condurmi (e condurci) verso l'altrove.


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