Se ne va Marjane Satrapi. Con Persepolis ha dato voce alle donne iraniane
È
morta Marjane Satrapi.
E
il minimo che possa fare, e per quello che può valere, è scrivere queste poche
righe. Non pensare alla forma, almeno per una volta. Lasciarmi andare al
ricordo che ho di lei, la prima lettura di Persepolis. È stato nell’inverno (o
forse era autunno) del 2005. L’edizione di Sperling & Kupfer mi venne
regalata. Non sapevo quasi nulla dell'Iran, se non ciò che arrivava dai
telegiornali: proteste, tensioni politiche, immagini di un paese che appariva
lontanissimo e incomprensibile. E sapevo ancora meno delle donne iraniane,
della complessità delle loro vite, delle libertà conquistate e perdute, delle
forme quotidiane di resistenza che attraversavano la società.
Con
Persepolis mi si aprì una porta. Attraverso le parole e i disegni di Marjane
Satrapi scoprii che dietro le immagini stereotipate dell’Iran esistevano
persone che ascoltavano musica, leggevano libri, litigavano con i genitori, si
innamoravano, desideravano libertà. Scoprii che la rivoluzione, la guerra, la
repressione non erano soltanto eventi storici ma esperienze vissute da corpi
concreti, da famiglie concrete. Scoprii soprattutto che una donna poteva
raccontare il proprio paese senza trasformarlo né in un simbolo né in una
vittima, ma restituendogli tutta la sua complessità, che è esattamente quello
che ha fatto Satrapi. Per me, che avevo poco più di vent’anni, fu una
rivelazione e non mi riferisco all'aspetto letterario, parlo soprattutto di
quello umano. Con lei scoprii la sua storia e quella di un intero Paese.
Scoprii una bambina cresciuta durante la rivoluzione islamica, che aveva
attraversato la guerra, l’esilio, che era ritornata nel proprio paese e con
difficoltà si era appropriata di sé stessa. Attraverso il suo racconto scoprii
anche la realtà iraniana, le contraddizioni della Repubblica islamica, le
restrizioni imposte alle donne ma anche le forme quotidiane di resistenza, di
desiderio e di libertà che continuavano a esistere. E proprio così scoprii che
una ragazza nata e cresciuta a migliaia di chilometri poteva interrogarsi sulle
stesse cose sulle quali io mi interrogavo: il rapporto con la famiglia, il
desiderio di libertà, il corpo, l'appartenenza, il bisogno di trovare una voce
propria. E scoprii anche che, pur nelle differenze culturali, enormi, vi era una
qualche forma di riconoscimento.
Molti
anni dopo, seguendo il filo che Satrapi aveva lasciato nelle mie mani, arrivai
a un’altra artista iraniana che avrebbe significato molto per me: Shirin
Neshat. Anche lì ritrovai la stessa domanda sulla libertà, sul corpo femminile,
sull'esilio, sull'identità.
E
questo è stato uno dei doni più grandi di Marjane Satrapi: raccontare per
svelare, dare un altro punto di vista e costruire (per me e per noi tutti) un
nuovo punto di osservazione e così condurmi (e condurci) verso l'altrove.

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