Annie Ernaux tra identità personale e collettiva: da L’écriture comme un couteau a Gli Anni

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista LuciaLibri.

Dinnanzi ad alcuni eventi gravi e assoluti, il testimone, colpito nel profondo, prorompe nel canto, cioè nel grido che aspira alla purezza. Le parole di Jean Starobinski provengono dal suo saggio Introduction à la poésie de l’événement. La voce scende nell’abisso, il grido trafigge la tragicità del quotidiano infondendo un sentire inedito. Le parole del poeta trasfigurano la realtà, ne riscrivono limiti e confini. Ho pensato alle parole di Starobinski leggendo alcuni passi dell’opera L’écriture comme un couteau di Annie Ernaux (Gallimard, 2011). La sua voce, guidata dalle riflessioni di Frédéric-Yves Jeannet, taglia la pagina, affonda come un coltello nella sua storia, arriva alle radici per poi risalire e trasformare il racconto da personale a corale. Riflessioni che diventano per Ernaux l’occasione per considerare il simbolismo insito nel gesto di scrivere. Il gesto ha origine dalle mani, le stupende e benedette mani, rimembrando i versi di Rainer Maria Rilke (Ma tu hai stupende/ benedette le mani/ Nascono chiare a te dal manto/ luminoso contorno:/ Io sono la rugiada, il giorno/ ma tu, tu sei la pianta).


Di fronte all’incommensurabile provvisorietà della vita che cosa possono fare il poeta e lo scrittore se non calarsi nel sempiterno per dare suono e parola all’indicibile? Questo è ciò che tenta di individuare Starobinski nel suo saggio sul ruolo della poetica nel mondo contemporaneo e questo è ciò che fa la scrittura di Ernaux traslando le implicazioni emotive individuali in un contesto collettivo. Il singolo diventa viatico per un racconto corale.

Gli Anni (276 pagine, 16 euro) in Italia tradotto da Lorenzo Flabbi e pubblicato da L’Orma editore, è l’opera di Annie Ernaux che ci consegna un materiale narrativo dove i confini spazio-temporali della storia sono lo specchio di una memoria collettiva basata su elementi identitari, culturali e sociali condivisi. Anche i sentimenti individuali si intrecciano alla voracità delle emozioni collettive: si potrebbe parlare, pertanto, di un sentire individuale che trascende la sua stessa esistenza diventando riflesso della società. Vivido, difatti, è il legame con la società. Possiamo osservarlo nelle annotazioni personali così come nel racconto di episodi che all’apparenza possono sembrare ancorati a una realtà esclusivamente personale ma che si inscrivono appieno nella storia sociale. Gli Anni (ne abbiamo scritto anche qui) è forse uno dei testi più rappresentativi della capacità di Ernaux di trasformare nero su bianco la storia personale in racconto corale. Intrecciare l’individuo alla collettività alla quale appartiene.

Écrire la vie. Non pas ma vie, ni sa vie, ni même une vie. La vie, avec ses contenus qui sont les mêmes pour tous mais que l’on éprouve de façon individuelle. Annie Ernaux scrive la vita. Ma non la sua vita. Scrive la vita. Con le sue ferite, i suoi dolori, le rinunce e le privazioni ma anche l’abbondanza, i mutamenti. Eventi collettivi che ognuno sperimenta in modo individuale.

Je n’ai pas cherché à m’écrire, à faire œuvre de ma vie: je me suis servie d’elle, des événements, généralement ordinaires, qui l’ont traversée, des situations et des sentiments qu’il m’a été donné de connaître, comme d’une matière à explorer pour saisir et mettre au jour quelque chose de l’ordre d’une vérité sensible. Annie Ernaux non racconta se stessa ma utilizza il materiale umano della sua esistenza per esplorare in profondità e portare alla luce quel che potremo definire un modo di essere e di guardare il mondo.

C’est “descendre” dans la réalité sociale, la réalité des femmes, la réalité de l’Histoire, de ce que nous avons vécu de façon collective mais au travers de ce que j’ai vécu personnellement. La discesa nella realtà sia essa sociale, femminile e storica permette ad Ernaux, per sua stessa ammissione, di raggiungere una comprensione e un coinvolgimento totali da parte dell’individuo che, pertanto, diventerà una delle voci della collettività. Si avverte la compenetrazione tra individuo e società: l’uno riceve dall’altra e viceversa, in uno scambio continuo in cui l’umanità dell’io si riconosce, parafrasando Martin Buber, «dicendo Tu».

L’impronta umana è dentro ognuno di noi, salvo poi dimenticarcene velocemente. Ernaux in una recente lettera al presidente Macron esortava a guardare il periodo di confinamento appena trascorso come a un momento propizio per costruire un mondo nuovo in cui «le attuali solidarietà mostrano la possibilità». Non è mai troppo tardi per comprendere l’inestricabile unione tra individuo e società. Del resto, lo diceva già Terenzio: «Tutto quello che c’è di umano mi appartiene».


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