Come si cancella la scrittura delle donne

Nel 2025 è apparsa in Francia, con il titolo Comment torpiller l’écriture des femmes, la traduzione di un libro che, fin dalla sua uscita negli Stati Uniti nel 1983, è diventato un classico della critica femminista: How to Suppress Women’s Writing di Joanna Russ. L’edizione francese ha riportato al centro del dibattito europeo un testo che conserva intatta la sua forza polemica e la sua sorprendente attualità.



 


Il titolo, già nell’originale inglese, suona come un manuale: “come sopprimere la scrittura delle donne”. Russ adotta infatti una strategia ironica e spiazzante: finge di offrire istruzioni per neutralizzare, silenziare, delegittimare le autrici, mentre in realtà smonta con rigore i meccanismi culturali che, per secoli, hanno reso marginale la loro produzione. Non si limita a denunciare un’ingiustizia generica; ne analizza la grammatica. Mostra come l’esclusione non sia il risultato di episodi isolati, ma l’effetto di un sistema di valori e di pratiche critiche profondamente radicate.

 

Il libro attraversa la storia letteraria occidentale individuando una serie di strategie ricorrenti. La prima è la più evidente: impedire materialmente alle donne di scrivere, negando loro istruzione, autonomia economica, tempo. Ma Russ insiste soprattutto sui dispositivi più sottili, quelli che entrano in funzione quando un’opera esiste già. Si può sostenere che l’autrice non sia davvero l’autrice; si può ridurre il testo a documento biografico; si può dichiarare che si tratta di un’eccezione, di un caso isolato, di un talento “minore” confinato in un genere considerato secondario. Oppure si può concedere visibilità per poi neutralizzare, classificando l’opera come confessionale, sentimentale, privata, dunque non universale.

 

Uno dei passaggi più incisivi del saggio riguarda la questione dei valori. Russ mostra come ciò che viene giudicato “importante” in letteratura dipenda da una gerarchia costruita storicamente su esperienze maschili assunte come misura del generale. La guerra, la politica, l’azione pubblica sono temi alti; la vita domestica, le relazioni, la sfera emotiva sono relegati al margine. Se una scena su un campo di battaglia è considerata più significativa di una scena in un salotto, non è per una qualità intrinseca del testo, ma per un sistema di valutazione che stabilisce in anticipo cosa meriti attenzione e cosa no. La scrittura delle donne, inscritta in esperienze giudicate secondarie, viene così svalutata prima ancora di essere letta.

 

La forza di Comment torpiller l’écriture des femmes risiede nella combinazione di ironia e precisione analitica. Il tono talvolta sarcastico non attenua la portata del discorso; al contrario, rende più visibile l’assurdità di meccanismi che, proprio perché diffusi e sedimentati, finiscono per apparire naturali. Russ invita a riconoscere che il canone non è neutro, ma il risultato di scelte, omissioni, sedimentazioni ideologiche. E invita, soprattutto, a interrogare il nostro modo di leggere: quali criteri applichiamo? Quali esperienze consideriamo centrali? Quali, invece, continuiamo a percepire come periferiche?

 

La traduzione francese ha il merito di restituire questo testo a una nuova generazione di lettrici e lettori europei, in un momento in cui le discussioni sul canone, sulla rappresentazione e sulla legittimazione culturale sono tornate con forza nello spazio pubblico. Rileggere Russ oggi significa dotarsi di strumenti critici per comprendere non solo il passato, ma anche le forme contemporanee (spesso più sottili) di marginalizzazione. Il libro è un invito alla vigilanza: ogni volta che una voce viene giudicata “minore”, “di nicchia”, “non universale”, vale la pena chiedersi quali valori stiano parlando attraverso quel giudizio e quali storie, ancora una volta, rischino di essere rimosse o rese invisibili.


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