Il lavoro invisibile delle madri. Corpi, desideri e disuguaglianze nella maternità contemporanea

 

Non molto tempo fa, ho visto su Mubi One Day, pellicola del 2018, in cui Zsófia Szilágyi porta sul grande schermo una giornata qualsiasi nella vita di Anna, quarant’anni, insegnante di italiano, moglie, madre di tre figli. La macchina da presa la segue incessantemente, ne accompagna gli spostamenti, mentre sveglia e veste i bambini, prepara la colazione, li porta a scuola, alle attività pomeridiane, risponde al telefono, riempie e svuota la lavastoviglie, raccoglie ciò che gli altri hanno lasciato in disordine, controlla, anticipa ritardi, dimenticanze e possibili contrattempi. Intorno a lei si sovrappongono il pianto dei figli, gli elettrodomestici in funzione, le notifiche del cellulare, le domande e le richieste che si susseguono senza tregua. Nell’ordinarietà di questa vita il film si fa sconvolgente, perché Szilágyi porta in primo piano ciò che solitamente rimane fuori dall’inquadratura: il lavoro invisibile attraverso cui una donna tiene insieme tempi, corpi, bisogni ed emozioni, un lavoro fatto di gesti ripetuti, immediatamente assorbiti dalla necessità di compierne altri. Alle responsabilità della casa si intrecciano, infatti, quelle del lavoro retribuito, in un flusso che Anna non può mai realmente interrompere. Il film racconta con lucida attualità la maternità contemporanea attraversata da una solitudine difficile da riconoscere proprio perché non ha necessariamente il volto drammatico dell’abbandono o dell’isolamento, spesso si nasconde dentro la normalità e assume la fisionomia, comune e socialmente apprezzata, dell’efficienza.





Per una serie di coincidenze, o forse perché le mie ricerche finiscono spesso per incontrarsi e intrecciarsi, di recente mi sono imbattuta nell’articolo di Tiziana de Rogatis, Una formidabile solitudine, pubblicato una decina d’anni fa in occasione della mostra milanese La Grande Madre. Donne, maternità e potere nell’arte e nella cultura visiva, 1900-2015. Un terreno comune unisce il film all’articolo: la riflessione di de Rogatis si sviluppa partendo dalle molteplici rappresentazioni del materno riunite nella mostra per individuare la solitudine della madre, tanto evidente quanto difficile da riconoscere. La madre appare tenera, potente, sensuale, disperata, malinconica o mostruosa, ma raramente è rappresentata all’interno di una relazione di reciprocità. Mancano il padre, la coppia, la condivisione e soprattutto un altrove del desiderio che le permetta di non coincidere interamente con la propria funzione materna. La madre diventa valore assoluto, presenza totalizzante, principio dal quale sembrano dipendere la vita fisica e l’equilibrio psichico dei figli. La sua presunta onnipotenza è, però, anche il rovescio della sua solitudine: più la responsabilità della cura viene concentrata sulla madre, più la madre viene considerata responsabile di ciò che accade alle persone che ha generato e cresciuto.


È questa, mi sembra, una chiave per guardare alla maternità di oggi. Alla madre contemporanea viene attribuita una responsabilità smisurata per la salute, l’equilibrio e il futuro dei figli, senza che a tale responsabilità corrispondano necessariamente più tempo, libertà, risorse o una reale condivisione della cura. È qui che prende forma lo stigma della “madre perfetta”: non più soltanto la figura sacrificale del passato, interamente votata alla famiglia, ma una donna chiamata a essere presente senza essere soffocante, informata, paziente, attenta e capace di favorire l’autonomia dei figli. Nello stesso tempo deve lavorare, difendere la propria indipendenza economica, non rallentare la carriera, coltivare la relazione di coppia e continuare a riconoscersi al di fuori del ruolo materno. Le si chiede, in sostanza, di lavorare come se non fosse madre e di essere madre come se non lavorasse.


Quando ALEDIS – Il Merito al Femminile (associazione bergamasca fondata da Angelica Agosta e impegnata a rendere visibili e misurabili i fattori che alimentano le disuguaglianze di genere, con particolare attenzione al rapporto tra lavoro, riconoscimento del merito e natalità) mi ha invitata a intervenire alla presentazione del Position Paper Natalità 2026, la domanda che mi è stata posta ha toccato insieme la mia condizione umana, la mia esperienza di madre, e uno dei nuclei centrali della mia ricerca e della mia scrittura, che dalla vita e dalla sua dimensione corporea prendono sempre avvio: il rapporto tra il corpo delle donne, la loro esperienza concreta, il lavoro e le forme sociali attraverso cui quell’esperienza viene interpretata e raccontata. I dati raccolti dall’Osservatorio Natalità ALEDIS restituiscono infatti una contraddizione che attraversa la vita di molte donne. Negli ultimi decenni sono cresciuti l’accesso all’istruzione, la presenza nel mondo del lavoro, l’autonomia economica e la possibilità di immaginarsi al di fuori del solo destino materno e coniugale. A questo cambiamento, però, non è corrisposta una trasformazione altrettanto profonda nell’organizzazione della cura, del lavoro domestico e dei tempi di vita. Si è prodotta così un’emancipazione femminile per addizione: le donne sono entrate in nuovi spazi, ma hanno continuato a sostenere gran parte delle responsabilità precedenti. Al lavoro retribuito si sono sommati quello domestico, quello emotivo, la gestione della famiglia e il peso invisibile di ciò che deve essere previsto, ricordato e organizzato. Proprio nella fascia compresa tra i ventisette e i quarantatré anni, richiamata dall’Osservatorio, tendono a concentrarsi e a sovrapporsi la costruzione della carriera, la possibile maternità, la cura dei figli piccoli, l’organizzazione familiare. È il momento della vita in cui il tempo sembra restringersi e le scelte professionali, affettive e familiari smettono di procedere separatamente, entrando spesso in conflitto tra loro.


È precisamente ciò che, da alcuni anni, la letteratura, la scrittura autobiografica e il cinema stanno facendo con sempre maggiore radicalità: raccontare che cosa accade alle donne quando scelgono di diventare madri senza rinunciare alla propria identità, al lavoro, alle aspirazioni e al desiderio. Il cinema e la letteratura compiono così un primo gesto: fanno emergere ciò che è stato confinato nell’intimità e trasformano un’esperienza vissuta come privata in una materia condivisa. Naturalmente, come ho sottolineato durante il convegno, la letteratura, la scrittura autobiografica e il cinema non possono, da soli, risolvere il problema degli asili mancanti, né correggere una discriminazione sul lavoro. Possono però affiancare il discorso economico, sociale e politico, compiendo un gesto preliminare e decisivo: trasformare un’esperienza vissuta in solitudine, e spesso interpretata come una colpa personale, in una condizione riconoscibile, condivisibile e politicamente leggibile. Le narrazioni che attraversano la maternità nella sua complessità svolgono, in questo senso, più di una funzione. Innanzitutto, sottraggono l’esperienza materna all’obbligo della coerenza e della perfezione. Ricordano che una donna può amare i propri figli e sentirsi stanca, desiderare la maternità e temerne le conseguenze, riconoscersi nel legame e, nello stesso tempo, avvertire il bisogno di uno spazio che le appartenga. Inoltre, spezzano la solitudine. Quando un’esperienza trova le parole, smette di apparire come un’anomalia individuale. Il disagio privato può allora essere riconosciuto come qualcosa che riguarda molte donne e che affonda le proprie radici in un sentire comune. La scrittura compie poi un altro passaggio: restituisce il perimetro sociale dell’esperienza. Mostra che dietro una crisi apparentemente privata possono esserci una divisione diseguale della cura, l’assenza di servizi, un ambiente professionale incapace di accogliere le trasformazioni della vita, la precarietà, l’isolamento o un modello di maternità talmente esigente da risultare irrealizzabile.

Le storie ci raccontano come una struttura sociale viene vissuta dall’interno, quali tracce lascia sul corpo, sul tempo e sul desiderio. I dati mostrano quanto quell’esperienza sia diffusa e quali meccanismi contribuiscano a produrla. Le storie rompono il silenzio; i dati impediscono che ciò che emerge venga liquidato come un insieme di casi isolati. È qui che il lavoro di ALEDIS compie il passaggio successivo e necessario: raccoglie e organizza le esperienze, le mette in relazione con la ricerca e le traduce in proposte rivolte alle imprese e alle istituzioni. Così facendo contribuisce a trasformare quella visibilità in servizi, pratiche professionali e soluzioni attuabili, sottraendo la maternità all’idea di una prova individuale che ogni donna dovrebbe riuscire a superare contando esclusivamente sulle proprie forze.


In Una donna, Annie Ernaux scrive: “Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, rimetterla al mondo”. Credo che sia il momento di andare in questa direzione: rimettere al mondo le madri, restituendole alla verità complessa della loro esperienza, rimetterle al mondo come donne intere, con i loro desideri, le fatiche, le ambivalenze, le paure e le aspirazioni.

 

 

 

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