La dignità al tempo dei social
Da un po' di tempo a questa parte, sto osservando un fenomeno sui social network che è sempre più diffuso e che merita di essere approfondito al di là del giudizio immediato o della semplice condanna morale. Uomini e donne, ragazzi e ragazze, bambini (e, quindi, minori) persone di ogni età e provenienza realizzano video nei quali mettono in mostra il proprio corpo, la propria intimità, le relazioni familiari, le fragilità emotive e, in alcuni casi, situazioni apertamente umilianti. Si espongono allo sguardo pubblico, ricercano attenzione e consenso e sembrano talvolta disposte a oltrepassare limiti che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati associati al pudore, alla riservatezza e al rispetto di sé.
La prima interpretazione che spontaneamente ho ammesso è che queste persone abbiano perduto la propria dignità. Eppure, ad un’attenta analisi ho poi compreso che questa lettura rischia di essere insufficiente perché non permette di comprendere come mai il fenomeno sia diventato (e continui a diventare) così esteso, perché coinvolga soggetti tanto diversi tra loro e, soprattutto, quali trasformazioni sociali abbiano reso l’esposizione di sé non soltanto accettabile, ma anche desiderabile e, in alcuni casi, conveniente (pensiamo, ad esempio, quando sono gli stessi genitori ad esporre e spronare i figli minorenni a fare video sfruttando qualsiasi tipo di contenuto e comunicazione).
Mi sono chiesta, quindi, che cosa accade alla dignità quando la visibilità diventa una forma di capitale e la persona deve rendersi osservabile, desiderabile o persino umiliabile per ottenere riconoscimento?
Per rispondere parto da un presupposto: la dignità, il pudore e la vergogna non sono categorie immutabili, il loro significato cambia nel tempo e varia a seconda delle culture, delle classi sociali e delle forme attraverso cui una comunità stabilisce ciò che può essere mostrato e ciò che, invece, dovrebbe rimanere nascosto. Tradizionalmente, la dignità era associata alla capacità di dominare le proprie emozioni, mantenere una certa compostezza e distinguere con chiarezza la sfera pubblica da quella privata. Essere rispettabili significava anche saper conservare qualcosa di sé lontano dallo sguardo degli altri e la riservatezza costituiva una forma di protezione della persona, mentre l’eccessiva esposizione poteva essere percepita come una minaccia alla reputazione.
Nella cultura digitale, invece, si sta affermando una concezione differente e, oserei dire, contraria. La dignità viene sempre più spesso identificata con la libertà di mostrarsi, con il rifiuto della vergogna e con il diritto di disporre pubblicamente del proprio corpo e della propria vita. Chi si espone può considerare il proprio gesto una forma di autodeterminazione. Può affermare di non avere nulla da nascondere, di non preoccuparsi del giudizio altrui e di essere finalmente libero dai tabù che per secoli hanno disciplinato i comportamenti.
Seppur questa rivendicazione contenga indubbiamente una componente emancipatoria, poiché sappiamo, e la storia ce lo ha insegnato, come il pudore possa essere imposto e la vergogna possa diventare uno strumento di controllo dei corpi, il problema nasce quando questa libertà viene esercitata all’interno di un sistema economico e tecnologico che ricompensa alcune forme di esposizione e ne penalizza altre. Dire che una scelta è volontaria non è sufficiente a stabilire che sia completamente libera, occorre chiedersi quali incentivi la orientino, quali necessità la rendano conveniente e quali conseguenze derivino dalla possibilità di sottrarsi. La cultura digitale, infatti, non obbliga a un certo tipo di rappresentazione di sé, non obbliga, quindi, esplicitamente le persone a mostrarsi, diciamo che le invita, però, a farlo attraverso una promessa costante: maggiore sarà la capacità di attirare lo sguardo, maggiori potranno essere il riconoscimento, le opportunità e anche il guadagno.
La rappresentazione di sé non nasce con i social network. Il sociologo Erving Goffman aveva già descritto la vita quotidiana come una forma di rappresentazione teatrale dove ogni individuo, consapevolmente o meno, interpreta ruoli differenti e cerca di controllare l’impressione prodotta sugli altri. Esiste una scena pubblica, nella quale ci si presenta secondo determinate aspettative, e un retroscena nel quale è possibile sospendere la rappresentazione e sottrarsi temporaneamente allo sguardo altrui.
Le piattaforme digitali hanno esasperato questo meccanismo, dettando condizioni estremamente radicali. E dal momento che il pubblico davanti al quale ci si rappresenta non è più circoscritto ma è potenzialmente infinito, anonimo e imprevedibile, la rappresentazione non si esaurisce nel momento in cui avviene, ma può essere registrata, condivisa e conservata. Soprattutto, la reazione del pubblico viene quantificata attraverso visualizzazioni, condivisioni, commenti, “mi piace” e numero di follower.
Quello che accade in termini di contenuto è che l’individuo non si limita più a presentarsi agli altri, ma produce diverse versioni di se stesso, verifica quale ottenga maggiore successo e può arrivare a modificare la propria immagine in base alla risposta ricevuta. La novità non consiste quindi nella maschera, che è sempre esistita (basti pensare a Pirandello), ma nella presenza di una macchina capace di misurare continuamente l’efficacia della maschera.
In questo processo la persona impara progressivamente a guardarsi con gli occhi del pubblico e, ancora più precisamente, con quelli dell’algoritmo, andando ad analizzare non tanto cosa voglia comunicare ma quale parte di sé funzioni meglio, quale immagine generi maggiore attenzione e quale comportamento aumenti la possibilità di essere visto. C’è un’interiorizzazione dello spettatore. Anche quando non si è online, si può cominciare a vivere immaginando in anticipo come un’esperienza potrebbe apparire in un video, in una fotografia o in un racconto pubblico. La rappresentazione non segue più necessariamente l’esperienza, può precederla, orientarla e persino modificarla.
All’interno di questo sistema, uno dei cambiamenti più importanti riguarda la trasformazione della visibilità in una vera e propria attività produttiva. La studiosa Crystal Abidin ha parlato di visibility labour, il lavoro della visibilità, per indicare l’insieme di pratiche necessarie a essere notati, a costruire una presenza riconoscibile e a mantenere una relazione costante con il proprio pubblico. Brooke Erin Duffy ha utilizzato invece l’espressione aspirational labour per descrivere quel lavoro spesso gratuito o scarsamente retribuito che viene svolto nella speranza che l’esposizione produca in futuro guadagno, prestigio e opportunità professionali.
La promessa delle piattaforme è apparentemente democratica: chiunque può diventare visibile. Non sono più necessari un editore, un produttore, una televisione o un’istituzione culturale che autorizzino l’accesso allo spazio pubblico. È sufficiente possedere un telefono e pubblicare un contenuto capace di raggiungere milioni di persone. Questa promessa nasconde tuttavia una forte disuguaglianza. Soltanto una minoranza riesce a trasformare la visibilità in una fonte stabile di reddito, mentre una quantità enorme di persone lavora gratuitamente, producendo contenuti e dati dai quali traggono profitto soprattutto le piattaforme. Ogni fotografia, ogni confessione, ogni esibizione e ogni interazione contribuiscono infatti ad alimentare un’economia fondata sull’attenzione.
Anche chi non si definisce influencer può interiorizzare questa logica. Impara che il corpo può generare visualizzazioni, che la sofferenza può produrre empatia, che la provocazione attira commenti e che l’umiliazione può diventare intrattenimento. La persona è così contemporaneamente autrice, interprete, regista, pubblicitaria e prodotto di se stessa. E questa persona non vende necessariamente un oggetto esterno, può vendere l’accesso alla propria immagine, alla propria casa, alle proprie emozioni, alle relazioni affettive o alle proprie fragilità. Anche quando non riceve un compenso diretto, accumula attenzione, che costituisce la risorsa fondamentale dell’economia digitale.
In questo sistema il corpo non viene soltanto mostrato, viene trasformato in una risorsa dalla quale ricavare valore. La bellezza, la sensualità, la forza fisica, la giovinezza, la conformità ai canoni estetici e perfino la capacità di mettere in scena una presunta imperfezione possono essere convertite in prestigio, appartenenza, relazioni, opportunità professionali e denaro. Il pensiero di Pierre Bourdieu permette di comprendere bene questo passaggio. Accanto al capitale economico esistono forme di capitale culturale, sociale e simbolico che possono essere accumulate e trasformate le une nelle altre. Nella società digitale anche il corpo e la visibilità possono funzionare come capitali. Un corpo considerato desiderabile possiede un valore di partenza maggiore, così come risultano avvantaggiati coloro che dispongono di tempo, competenze tecniche, ambienti gradevoli, abiti, dispositivi e sicurezza economica. Anche la spontaneità, spesso celebrata come prova di autenticità, può richiedere un lavoro considerevole. La fotografia che sembra casuale, il corpo che appare naturalmente perfetto, la confessione che dà l’impressione di essere improvvisata e l’ambiente domestico mostrato come quotidiano possono essere il risultato di una preparazione accurata. Si lavora molto per sembrare spontanei, perché l’autenticità stessa è diventata una forma di valore.
Uno degli effetti più profondi di questa trasformazione riguarda il confine tra pubblico e privato. I social network non si limitano a rendere pubblica una vita intima già esistente, ma modificano il modo stesso in cui l’intimità viene vissuta, costruita e riconosciuta (e su questo basti pensare alle coppie e alle famiglie che sui social mostrano il loro quotidiano). Si condividono emozioni, malattie, traumi, litigi di coppia, tradimenti, gravidanze, separazioni, difficoltà economiche e rapporti familiari. Si filmano bambini, partner, genitori anziani e persone fragili, talvolta senza interrogarsi pienamente sul loro consenso o sulle conseguenze future dell’esposizione. E badate che le emozioni mostrate possono essere davvero autentiche. Una persona può piangere davvero, provare realmente dolore ed essere sinceramente convinta che raccontarlo possa aiutare qualcuno. Tuttavia, nel momento in cui l’emozione viene registrata e destinata alla circolazione, entra anche in un sistema di produzione del valore.
L’intimità diventa una risorsa capace di generare vicinanza. Il pubblico ha l’impressione di conoscere la persona, di partecipare alla sua vita e di accedere a qualcosa di vero. Questa relazione può creare comunità e solidarietà, ma può anche trasformarsi in una forma di consumo dell’esistenza altrui. La conseguenza più radicale è che la persona rischia di non possedere più uno spazio sottratto alla rappresentazione. Ogni esperienza può diventare un contenuto possibile. La nascita di un figlio, la fine di una relazione, un lutto o una crisi psicologica possono essere vissuti contemporaneamente come eventi personali e come occasioni narrative.
Non si vive più soltanto qualcosa che, in un secondo momento, si sceglie di raccontare. Si può arrivare a vivere anticipando la sua futura rappresentazione, come se lo sguardo del pubblico fosse già presente nella stanza.
Un altro aspetto di questo sistema è l’innalzamento continuo della soglia in funzione dell’algoritmo. Le piattaforme non ordinano direttamente alle persone di spogliarsi, provocare, litigare o umiliarsi. Premiano però i contenuti capaci di trattenere l’attenzione: lo stupore, l’eccitazione, il conflitto, l’indignazione, il disgusto, l’imbarazzo e la curiosità esercitano una forte attrazione e aumentano la probabilità che un video venga guardato fino alla fine, commentato e condiviso. Si crea così un meccanismo di apprendimento. Una persona pubblica un contenuto leggermente più provocatorio e riceve maggiore attenzione. Il successo di quel contenuto induce a ripetere l’esperimento. Altri lo imitano e ciò che inizialmente appariva eccessivo diventa progressivamente normale. Per continuare a sorprendere è allora necessario spingersi oltre.
La perdita del limite non avviene generalmente attraverso una decisione improvvisa. È il risultato di una successione di piccoli spostamenti. Un contenuto più intimo ottiene più visualizzazioni, una provocazione genera più commenti, un comportamento estremo viene premiato e la soglia di ciò che si considera accettabile si modifica lentamente.
La piattaforma funziona in questo senso come una macchina di assuefazione. Non impone direttamente un comportamento, ma rende visibili i vantaggi dell’esposizione e i costi dell’invisibilità. Il soggetto apprende quali parti di sé vengono premiate e quali, invece, non producono alcuna risposta.
Il rischio è che l’assenza di attenzione venga percepita non come un semplice insuccesso comunicativo, ma come una forma di irrilevanza personale. Il numero delle visualizzazioni può allora diventare una misura del proprio valore e il silenzio del pubblico essere interpretato come la prova di non esistere socialmente.
Fa parte di questo girone infernale la spettacolarizzazione dell’umiliazione che, tuttavia, non nasce con internet. Le società umane hanno sempre prodotto rituali e forme di intrattenimento fondati sull’esposizione della caduta, della deformità, della perdita di controllo o dell’infrazione di una norma. Dalla gogna pubblica ai fenomeni da baraccone, dal carnevale al reality show, l’umiliazione ha permesso alla comunità di osservare qualcuno collocato temporaneamente in una posizione inferiore.
Le piattaforme digitali hanno, però, introdotto alcuni elementi nuovi. L’umiliazione può essere continua, riproducibile e accessibile senza limiti geografici. Viene misurata attraverso numeri visibili e può essere trasformata direttamente in una fonte di reddito. Soprattutto, il pubblico non rimane necessariamente passivo. Attraverso i commenti, le sfide, le donazioni e le richieste, gli spettatori possono orientare ciò che accade. Possono incitare la persona a superare un limite, a sottoporsi a una prova più estrema, a rendersi ancora più ridicola o a tollerare una violenza maggiore. Il pubblico diventa così committente dell’umiliazione.
La responsabilità, dunque, non appartiene soltanto a chi si espone. Esiste una cooperazione dello sguardo. Chi osserva può credersi estraneo alla degradazione, ma partecipa alla produzione del suo valore. Senza visualizzazioni, commenti e condivisioni, molti di questi contenuti non avrebbero ragione di esistere.
La domanda da porre non è allora soltanto chi perda dignità nel momento dell’esposizione. Bisogna chiedersi che cosa accada alla dignità collettiva di una società che trasforma la fragilità, il dolore o la degradazione di una persona in una forma ordinaria di intrattenimento.
La questione si complica quando si parla di consenso: la persona ha scelto di registrarsi, ha accettato le condizioni e sembra consapevole di ciò che sta facendo. Tuttavia, na persona può acconsentire formalmente a qualcosa e trovarsi comunque in una situazione di forte dipendenza economica, emotiva o sociale. Può aver bisogno delle visualizzazioni, delle donazioni o dell’approvazione ricevuta. Può temere che interrompere l’esposizione significhi perdere il proprio reddito, il pubblico o l’unica forma di riconoscimento disponibile. Ecco che la libertà di mostrarsi rischia così di diventare l’obbligo di essere visibili.
Per comprendere la globalità di questo fenomeno bisogna anche considerare il contesto materiale in cui si sviluppa. Molte persone vivono una condizione di precarietà economica e professionale. Le tradizionali possibilità di mobilità sociale appaiono ridotte, mentre la celebrità digitale sembra teoricamente accessibile a chiunque.
Il successo scolastico o lavorativo richiede anni, risorse e opportunità che non tutti possiedono. Un video, almeno in apparenza, può invece raggiungere milioni di persone nel giro di poche ore. Questa possibilità alimenta l’idea che il corpo, la personalità e la propria vita quotidiana costituiscano capitali immediatamente disponibili.
L’esposizione può quindi essere interpretata anche come una strategia di sopravvivenza simbolica. Quando una persona non dispone di capitale economico o culturale, può tentare di investire l’unica risorsa che percepisce come immediatamente disponibile: se stessa.
Il problema, allora, non è scegliere tra apparire e scomparire, ma sottrarre la propria presenza alla necessità di diventare spettacolo. La dignità potrebbe ricostruirsi a partire dalla possibilità (e dalla scelta) di mostrarsi senza consegnarsi interamente allo sguardo degli altri.

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