Cento anni di Pasolini: l'omaggio di Mattia Morretta da Tracce vive

Poesie, saggi, lettere, film, fotografie e incontri: in occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, avvenuta il 5 marzo del 1922, per tutto il mese verranno pubblicati degli omaggi quotidiani, un modo per raccontare chi è stato e cosa ha realmente rappresentato Pasolini per la sua generazione e per quelle successive.





Pubblichiamo un estratto dal saggio Tracce vive di Mattia Morretta. Il libro è stato pubblicato dal Gruppo Editoriale Viator nel 2016. Si ringrazia editore e autore.


Riposare sotto gli allori


Una foglia di alloro. Proviene dalla pianta che fa ombra, esaltandola, alla sepoltura di Pier Paolo Pasolini, nel piccolo cimitero di Casarsa della Delizia. L’ho raccolta da terra per recare con me un segno del passato o per propiziarmi il futuro? C’è sempre un po’ di megalomania nell’ossequio pur sentito a uomini grandi, in questo caso poi l’identificazione è tutt’altro che inconscia nel registro paterno.  


Percorro il breve viale alberato, i cipressi sono di un verde intenso e scuro, sotto un sole ancora estivo, la giornata è calda e luminosa, sorridente e leggera, entrare in un camposanto appare un controsenso. Sono le dieci del mattino del 28 settembre. Con un vissuto di imbarazzo, a metà tra il pudore e il timore, varco il cancelletto di ferro sul lato destro, quello di sinistra è chiuso, così come il cancello principale al centro sulla cui sommità campeggia la scritta In Pace Christi Requiescant.


Mi guardo intorno, solo tre persone nel corridoio mediano, due intente a un dialogo fitto su una recente scomparsa (in seguito a grave malattia, si intuisce) e un’altra accanto a una fila di colombari che delimita il terreno. Non c’è custode, me lo conferma la signora cui lo domando, si illumina in volto quando le chiedo se sappia dove sia la tomba di Pasolini. Me la indica col braccio teso: “Vede l’albero di alloro? È quella, lui e la sua mamma sono vicini”.


È la quarta a sinistra appena entrati, un lembo di terra recintato da una siepe bassa, l’alloro splendente con la folta e compatta chioma, due lastre rettangolari con i nomi e tra parentesi le date di nascita e di morte, in bei caratteri classici. Un lumino acceso, due vasetti di piante (una artificiale) e i resti di una terza accostati alla siepe, un pennello da pittore sulla lapide di Pier Paolo. Sembra sia stato David Maria Turoldo a convincere la madre a farlo seppellire nella terra friulana, in un’altra zona giace pure il fratello minore.

 
Nel silenzio assolato recito il requiem aeternam, cerco di vedere dentro o oltre, assorbendo tutti i dettagli e soprattutto l’essenza. Decido di andare a comprare dei fiori in paese, non c’è neppure il fioraio all’ingresso. Acquisto dei crisantemi gialli in vaso e con una piccola molletta di legno allego un bigliettino: “L’hai detto tu: la poesia non si consuma. Un pensiero in forma di rosa”.


Torno indietro, non c’è più nessuno, sono solo, quasi a tu per tu con il mondo dell’aldilà, e mi viene in mente quella frase di Teresa d’Avila sui “veri vivi”, i defunti coi quali ci sentiamo “in compagnia”. Un accenno di pianto mescola tristezza cosmica e commozione narcisistica per l’onore che mi tocca, sono nessuno davanti all’urna di un Poeta e tengo accesa la fiaccola, potrebbe bastare per il resto dei giorni.
Se Pasolini è nelle sue opere, chi c’è in quel sepolcro che custodisce i resti mortali epurati dallo scempio? Rivolgendo la mente all’uomo Pier Paolo, bolognese di nascita e romano di adozione, il primo atto di dolore riguarda la fine sul terreno sabbioso ad Ostia, ove un monumento lo ricorda e consegna all’indifferenza. Sapeva quella sera che non sarebbe tornato a casa e non avrebbe rivisto il giorno? Cosa ha pensato in quegli istanti in cui si è sentito perduto?


Alcuni frammenti esistenziali risultano inquietanti, pur tenendo conto dell’effetto distorsivo della interpretazione postuma. In un articolo sul settimanale comunista Vie Nuove del 12 luglio 1962 intitolato “Come un incubo dell’infanzia” (inizia con “Voi lettori … siete i miei amici più cari”), egli rievocava due incubi di quando era fanciullo: essere sepolto vivo e essere condannato innocente. Nel primo è facile ravvisare la claustrofobia del grembo materno (analogo al fenomeno della fame d’aria negli attacchi di panico), il senso di soffocamento della dipendenza dal cordone ombelicale psichico; nel secondo si prefigura la contraddizione insanabile che segna la sua maturità, cioè sentirsi in colpa e al contempo innocente in quanto inetto nel nuocere intenzionalmente e fisicamente (in ultima analisi dare la morte).  


In una lettera a Franco Farolfi del 1941 diciannovenne scriveva: “Spezzare i vincoli che legano al passato? È quel io tento di fare. Io voglio ammazzare un adolescente ipersensibile e malato che tenta di inquinare anche la mia vita di uomo, ed è già quasi moribondo, ma io sarò crudele verso di lui, anche se in fondo lo amo, perché è stato la mia vita fino alle soglie dell’oggi”. 


Rivolgendosi da Roma all’amica Silvana Ottieri nel 1950  è lui stesso a tracciare un parallelo tra la sofferenza privata e il modo morboso di vivere la sessualità: “Ero affranto, le mie condizioni familiari erano disastrose, mio padre infuriava ed era malvagio, fino alla nausea, il mio povero comunismo mi aveva fatto odiare, come si odia un mostro, da tutta una comunità, si profilava ormai anche un fallimento letterario: e allora la ricerca di una gioia immediata, una gioia da morirci dentro era l’unico scampo. Ne sono stato punito senza pietà”.

 
Un tono che rivela, oltre alla solitudine che l’accompagnerà per l’intera esistenza, nonostante le solide appartenenze e le compagnie intellettuali, la fanciullezza perpetua sottesa all’atteggiamento di esposizione, una vocazione sacrificale che lo porta ad indossare simbolicamente una sorta di toga candida nell’ambito interpersonale e sociale. Ogni volta che scrive, agli amici, ai militanti, ai lettori, non si può fare a meno di notarne l’ingenuità, la fragilità di un ragazzino poco accorto e inesperto che si attende comprensione profonda e interessamento. O forse la perenne lettera del poeta al mondo, che mai può corrispondere, citando a proposito Emily Dickinson. 
Ha infatti gridato in Una disperata vitalità: 


La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi.




Mattia Morretta è psichiatra e sessuologo, ha pubblicato numerosi saggi di approfondimento psicologico e di critica culturale, il più recente, Tra di noi l’oceano. Modernità di Emily Brontë ed Emily Dickinson (Gruppo Editoriale Viator, Milano), ha ricevuto nell’ottobre 2021 il premio speciale della giuria del Premio Letterario Internazionale Antica Pyrgos. Un archivio di articoli e scritti è consultabile sul sito https://www.mattiamorretta.it


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