La cultura fa sciopero: 12 giugno
Oggi
il mondo della cultura sciopera e fa bene. A scioperare sono lavoratrici e
lavoratori di musei, biblioteche, archivi, teatri e istituzioni culturali che
denunciano salari insufficienti, precarietà e condizioni di lavoro non
all'altezza delle competenze richieste.
Ma
il senso di uno sciopero (e qui mi rivolgo alle sigle sindacali) sta nella sua
capacità di inserirsi in una riflessione più ampia e continuativa sullo stato
della cultura nel nostro Paese.
L’impoverimento
a cui assistiamo da anni (e sottolineo da anni) non è soltanto il risultato dei
tagli e del progressivo disinvestimento pubblico. Esistono anche responsabilità
interne che troppo spesso restano nell’ombra: sistemi di cooptazione, lavoro
gratuito o sottopagato considerato normale, opportunità distribuite secondo
logiche di appartenenza più che di merito, per non parlare di una fetta di
lavoratrici e lavoratori culturali totalmente invisibili e di disparità
retributive. Una precarietà che viene tollerata quando non addirittura
alimentata dagli stessi ambienti culturali.
È
difficile rivendicare dignità per il lavoro culturale se si continua, al tempo
stesso, a legittimare pratiche che quella dignità la consumano quotidianamente.
Per
questo lo sciopero di oggi è importante. Non solo perché richiama l'attenzione
sulle responsabilità delle istituzioni, ma perché dovrebbe aprire una
discussione più profonda, e forse più scomoda, sul modo in cui il mondo della
cultura organizza sé stesso, distribuisce risorse, riconoscimento e possibilità
di accesso. Senza questa riflessione, il rischio è che la denuncia resti
parziale.

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