sabato 27 dicembre 2025

La bête dans la jungle di Marguerite Duras

C’è un tempo che non accade mai, eppure consuma un’intera esistenza. È questo il tempo che attraversa La bête dans la jungle, il testo che Marguerite Duras ha elaborato dall’omonima novella di Henry James, e ora in uscita per Éditions du Chemin de fer. Nel 1962 Marguerite Duras si cimenta nella riscrittura della novella inglese di Henry James “The Beast in the Jungle”, lavoro che verrà portato in scena lo stesso anno al Théâtre de l'Athénée con la regia di Jean Leuvrais e ancora, successivamente, nel 1981, sotto la direzione di Alfredo Rodriguez Arias, con l'interpretazione femminile dell'enigmatica Delphine Seyrig, la straordinaria protagonista di “India Song”.

 

Nel dialogo essenziale tra un uomo e una donna, Duras mette in scena l’attesa come destino: un’attesa carica di presagi, di promesse mai mantenute, di un evento straordinario che dovrebbe cambiare tutto e che invece non arriva. La “bestia” evocata dal titolo non si manifesta, ma resta in agguato per tutta la vita dei protagonisti, trasformandosi lentamente nella consapevolezza di un amore non vissuto.



Questa edizione accosta la prima versione del testo, risalente al 1961, a quella definitiva degli anni Ottanta, permettendo di seguire il lavoro di scavo e riscrittura dell’autrice sul linguaggio, sul silenzio, sull’inesorabile scorrere del tempo. La postfazione di Mireille Calle-Gruber accompagna il lettore in questo territorio, dove la parola cerca di dire ciò che è stato mancato.

 

La bête dans la jungle emerge così come un’opera sospesa e necessaria, in cui Duras trasforma un classico della letteratura in una meditazione intensa sull’attesa, sull’amore e sulla perdita, facendo della mancata epifania il vero cuore tragico del racconto. 

mercoledì 24 dicembre 2025

Lascia che la vita accada. Sylvia Plath

 

“E allora impara a vivere. Tagliati una bella porzione di torta con le posate d’argento. Impara come fanno le foglie a crescere sugli alberi. Apri gli occhi. Impara come fa la luna a tramontare nel gelo della notte prima di Natale. Apri le narici. Annusa la neve. Lascia che la vita accada”.

Sylvia Plath


martedì 23 dicembre 2025

Nathalie Sarraute, Infanzia

 

“L'infanzia non è un territorio stabile, ma una sostanza mutevole che la memoria trasforma, distorce e reinventa costantemente”.

Nathalie Sarraute, Infanzia



lunedì 22 dicembre 2025

Simone de Beauvoir. Essere donna

 “Per capire cosa vuol dire essere donna ci vuole una vita intera”.

Simone de Beauvoir


domenica 21 dicembre 2025

Figlia dell'inverno. Chandra Livia Candiani

La lettura

offre la storia

e il silenzio,

il nero del legno

e il bianco della neve.


Il silenzio tra le parole

permette alle parole

di procedere

e come il silenzio

degli animali

e dei ricordi

attivo e fertile,

non cospira

con l’infelicità

di dire sempre

solo quello che sai già.


Ho bisogno delle parole

degli altri per scandagliare

le mie.


Ascoltando

scrivendo

scopro cosa so.


Le parole

sono la casa del mondo

lo straccio che lava

le cose.


Leggendo

più che comprendere

faccio scioccamente parte

della dolcezza d’essere.


Leggo per abitare

scrivo per traslocare.


Chandra Livia Candiani



sabato 20 dicembre 2025

Annie Ernaux. Essere donna

 

“Per molto tempo ho creduto che il silenzio fosse una forma di eleganza, prima di capire che il silenzio può essere anche un modo per perdersi”.


Annie Ernaux




venerdì 19 dicembre 2025

In ricordo di Teresa Wilms Montt

“Non ho nulla, non lascio nulla, non chiedo nulla. Nuda come sono nata me ne vado, ignorante di ciò che il mondo aveva. Ho sofferto ed è l'unico bagaglio che ammette la barca che porta all’oblio”

 

“Vorrei sentirmi sotto il sole, come una piccola cosa che non soffra il dolore del pensiero, che profumi di morbidezza.

Vorrei spargermi nelle piante e nei fiori, come i colori, come la fragranza; e morire nelle corolle mescolata alle particelle di polline per dare cibo alle api quando vanno a estrarre il nettare.

Vorrei, come un pipistrello notturno, ripiegare le ali e addormentarmi fino a dimenticare di avere un'anima.

Vorrei... Tanto vorrei io, che nulla ho...”

 

“Nulla! Nulla, sempre nulla che possa darmi felicità in questo piccolo mondo. Stanca di correre per gli spazi e di penetrare nei sotterranei del mondo, nella brama di dimenticare me stessa, mi ritrovo nel mio cuore. Come strappare il dolore dall’anima? Come cancellare il passato?”.

 

“Vivo, perché morire è da codardi; e nascondo i miei pianti perché il secolo non comprende questi sentimentalismi isterici”. 


Teresa Wilms Montt




giovedì 18 dicembre 2025

Ta voix, tes yeux, tes mains, tes lèvres




“Ta voix, tes yeux, tes mains, tes lèvres,

Nos silences, nos paroles,

La lumière qui s’en va, la lumière qui revient,

Un seul sourire pour nous deux,

Par besoin de savoir, j’ai vu la nuit créer le jour sans que nous changions d’apparence,

Ô bien-aimé de tous et bien-aimé d’un seul,

En silence ta bouche a promis d’être heureuse,

De loin en loin, ni la haine,

De proche en proche, ni l’amour,

Par la caresse nous sortons de notre enfance,

Je vois de mieux en mieux la forme humaine,

Comme un dialogue amoureux, le cœur ne fait qu’une seule bouche

Toutes les choses au hasard, tous les mots dits sans y penser,

Les sentiments à la dérive, les hommes tournent dans la ville,

Le regard, la parole et le fait que je t’aime,

Tout est en mouvement, il suffit d’avancer pour vivre,

D’aller droit devant soi vers tout ce que l’on aime,

J’allais vers toi, j’allais sans fin vers la lumière,

Si tu souris, c’est pour mieux m’envahir,

Les rayons de tes bras entrouvraient le brouillard”.

Paul Éluard



 

mercoledì 17 dicembre 2025

Una stanza tutta per sé

 

“Finché scrivete quello che volete scrivere, questo è ciò che conta, e, se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo. Ma sacrificare un capello della testa della la vostra visione, una sfumatura di colore, in ossequio a qualche Direttore scolastico, con una coppa d’argento in mano, o a qualche professore con il suo righello nella manica, è il tradimento più abbietto, e la perdita della fortuna e della castità, che a quanto si diceva era il più grande dei disastri umani, in confronto non è che un morso di pulce”.

 

“Poiché si tratta di un fatto, che non c’è un solo braccio al quale appoggiarsi, ma che dobbiamo fare la nostra strada da sole e che dobbiamo essere in relazione con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà finalmente l’opportunità, e quella poetessa morta, che era la sorella di Shakespeare [2], ritornerà al corpo dal quale tante volte ormai ha dovuto spogliarsi. Attingendo la sua vita dalla vita di quelle sconosciute che l’hanno preceduta, come prima di lei fece suo fratello, nascerà la poetessa. [3] E offrirle questa opportunità, a me sembra comincia a dipendere da voi … Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà o nell’oscurità, vale certamente la pena”.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé



martedì 16 dicembre 2025

Questo sesso che non è un sesso

“Bisognava distruggere ma, come scriveva René Char, con attrezzi nuziali. L’attrezzo non è un attributo femminile. Ma la donna può riutilizzare le impronte che porta su, in sé stessa, dell'attrezzo. In altre parole: mi toccava andare a nozze con i filosofi. Non è un’impresa semplice...Per che strada ci si reintroduce nei loro sistemi così coerenti?”

Luce Irigaray, Questo sesso che non è un sesso 



lunedì 15 dicembre 2025

Quelle come me, Alda Merini

 

“Quelle come me sono capaci di grandi amori e

grandi collere, grandi litigi, grandi pianti e grandi perdoni.

Quelle come me non tradiscono mai, quelle come

me hanno valori che sono incastrati nella testa

come se fossero pezzi di un puzzle, dove ogni

singolo pezzo ha il suo incastro e lì deve andare.

Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o

scontato, non le amiche, non la famiglia, non gli

amori che hanno voluto, che hanno cercato, e

difeso e sopportato.

Quelle come me regalano sogni, anche a costo di

rimanerne prive...

Quelle come me donano l'anima, perché un'anima

da sola, è come una goccia d'acqua nel deserto.

Quelle come me tendono la mano

ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio

di cadere a loro volta…

Quelle come me guardano avanti,

anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…

Quelle come me cercano un senso all’esistere e,

quando lo trovano, tentano d’insegnarlo

a chi sta solo sopravvivendo…

Quelle come me quando amano, amano per sempre…

e quando smettono d’amare è solo perché

piccoli frammenti di essere giacciono

inermi nelle mani della vita…

Quelle come me inseguono un sogno…

quello di essere amate per ciò che sono

e non per ciò che si vorrebbe fossero…

Quelle come me girano il mondo

alla ricerca di quei valori che, ormai,

sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…

Quelle come me vorrebbero cambiare,

ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…



Quelle come me urlano in silenzio,

perché la loro voce non si confonda con le lacrime…

Quelle come me sono quelle cui tu riesci

sempre a spezzare il cuore,

perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla…

Quelle come me amano troppo, pur sapendo che,

in cambio, non riceveranno altro che briciole…

Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,

purtroppo, fondano la loro esistenza…

Quelle come me passano inosservate,

ma sono le uniche che ti ameranno davvero…

Quelle come me sono quelle che,

nell’autunno della tua vita,

rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti

e che tu non hai voluto”.


Alda Merini, Quelle come me



domenica 14 dicembre 2025

Da Con voce di donna a Con voce umana. Riflessioni di Carol Gilligan

 

“Con voce di donna nasce dalla sintesi teorica di tre studi condotti da Carol Gilligan su adolescenti, studenti universitari e giovani donne in procinto di abortire. Lo scopo era scoprire come si strutturi la formazione del giudizio e delle scelte morali all'interno del processo di sviluppo femminile. Nella donna, sostiene l'Autrice, l'acquisizione della capacità di giudizio è strettamente collegata alla specificità della sua identità di genere e si fissa nella relazione con gli altri, dando luogo a un'etica delle responsabilità collettive. L'uomo, invece, attraverso un processo di individuazione e separazione, giunge a elaborare una morale fondata sull'idea di consenso tra eguali, secondo l'etica delle libertà individuali su cui si basa la società dei diritti.

Il disagio che le donne vivono nei rapporti sociali nascerebbe quindi dalla mancata corrispondenza tra ciò che sentono come giusto e ciò che viene loro richiesto per adeguarsi alla morale maschile. Così, posta di fronte alla decisione di abortire, autentico banco di prova su cui misurare la propria adeguatezza a un'immagine morale si sé, la donna si trova lacerata tra una decisione che salvi il suo rapporto con gli altri - con il figlio, con il padre del bambino ecc. - e una decisione che rispecchi il suo reale desiderio.

Studio psicologico con vaste implicazioni sociologiche e filosofiche, Con voce di donna si propone come riflessione sulle modalità di convivenza della società del futuro, indicando nella morale femminile il nucleo di un'etica più adeguata ai bisogni attuali”.

 

 

“A quarant’anni dall’uscita di Con voce di donna, il libro che diede il via a una rivoluzione, portando le voci delle donne alla ribalta e consentendo loro di essere ascoltate a pieno titolo, Gilligan ritorna sull’argomento di quel libro fondamentale riesaminandone le tesi centrali alla luce del presente e dei progressi della riflessione sul tema negli ultimi decenni.

Oggi è possibile chiarire e articolare ciò che quarant’anni fa non si poteva vedere o dire: che la “voce diversa”, l’etica della cura, sebbene inizialmente percepita come una “voce femminile”, di donna, è in realtà una voce umana. La voce da cui si differenzia è una voce patriarcale, legata al sistema binario e alle gerarchie di genere. Laddove il patriarcato è in vigore o viene imposto, la voce umana è una voce di resistenza e l’etica della cura è un’etica di liberazione.

«La voce dell’etica della cura è una voce umana e la designazione in termini di genere di una voce umana come “femminile” è un problema. Sentire la “voce differente” come voce umana significava liberarsi di una serie di ostacoli che impedivano di vedere che il sistema binario di genere – la costruzione delle capacità umane come “maschili” o “femminili” – non è solo una distorsione della realtà, ma anche una pietra miliare del patriarcato.» Un libro di psicologia alla portata di tutte/i che dice cose semplici ma importanti, che porge la mano e la voce a chiunque voglia ascoltare, donne e uomini”.


Carol Gilligan



sabato 13 dicembre 2025

Colette all'ombra del paralume blu

 

Se stasera sono immobile, non è senza scopo, perché dentro di me si agita – oltre a questo dolore al torso, come una grande vite senza fine – un tormento molto meno familiare del dolore, un'insurrezione che, nel corso della mia lunga vita, ho più volte negato, poi contrastato, infine accettato, perché scrivere porta solo a scrivere. Umilmente, scriverò di nuovo. Non c'è altro destino per me. Quando si smette di scrivere? Qual è l'avvertimento? Un inciampo della mano? Una volta credevo che il compito scritto fosse come altri lavori; dopo aver deposto lo strumento, si grida di gioia: "Finito!" e si battono le mani, dalle quali piovono granelli di sabbia che si erano ritenuti preziosi... È allora che, nei disegni formati dai granelli di sabbia, si leggono le parole: "Continua..."


Colette, Le fanal bleu



venerdì 12 dicembre 2025

I diari di Sylvia Plath

 

“Io sono quello che provo, penso e faccio. Voglio esprimere il mio essere con tuttala pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo”.

 

“Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire”.

 

“Luglio 1950. Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più”.

 

“La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. All’inizio è un atto gratuito. Se ti fa guadagnare tanto meglio. […] La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura”.


Sylvia Plath, Diari



giovedì 11 dicembre 2025

Annie Ernaux. La memoria letteraria

 

Talvolta alzo la testa dal foglio, esco da questo sguardo rivolto verso l’interno che mi rende indifferente a tutto ciò che mi circonda. Mi vedo come potrebbe osservarmi qualcuno da fuori, dalla stradina a strapiombo che costeggia la cortina di abeti; seduta a un tavolino spinto sotto la finestra alla luce di una grossa lampada. Immagine convenzionale, che piace (spesso mi è stato chiesto di mettermi in questa posa per i giornali o la televisione). Mi domando cosa possa significare che una donna si metta a ripercorrere scene risalenti a più di cinquant'anni prima alle quali la sua memoria non può aggiungere nulla di nuovo. Quale convinzione la sostiene, se non quella che la memoria sia una forma di conoscenza? E quale desiderio c'è, oltre a quello di capire, in questo accanirsi a cercare, tra le migliaia di nomi, verbi e aggettivi, quelli che diano la certezza, o l'illusione, di aver raggiunto il più alto grado possibile di realtà? Se non la speranza che tra questa ragazza, Annie D, e qualunque altra ci sia almeno una goccia di somiglianza?

 

A che scopo scrivere, d'altronde, se non per disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione — psicologica, sociologica o quant'altro —, una cosa che sia il risultato del racconto steso e non di un'idea precostituita o di una dimostrazione, una cosa che provenga dal dispiegamento delle increspature della narrazione, che possa aiutare a comprendere — a sopportare — ciò che accade e ciò che facciamo.

 

Ho iniziato a far di me stessa un essere letterario, qualcuno che vive le cose come se un giorno dovessero essere scritte.


Annie Ernaux, Memoria di ragazza



mercoledì 10 dicembre 2025

Agota Kristof. Lingua materna e lingue nemiche

 

All'inizio, non c'era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, î libri, i giornali, erano quella lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire. Perché avrebbe dovuto farlo? Per quale motivo?

Nella cucina di mia madre, nella scuola di mio padre, nella chiesa di zio Gueza, nelle strade, nelle case del villaggio e anche nella città dei miei nonni, tutti parlavano la stessa lingua, e non si poneva affatto il problema di altre lingue. Dicevano che gli zingari, che stavano ai confini del villaggio, parlavano un’altra lingua, ma io pensavo che non era una vera lingua, era una lingua inventata, che parlavano soltanto tra lora, propria come facevamo Yano e io, quando parlavamo in modo da non farci capire da Tila.

 

(...)

 

In seguito, al ginnasio, per guadagnare tempo, scrivo i temi in versi, quando è possibile. Anche qui il professore mi fa leggere davanti alla classe, lo leggo la poesia che ho scritto in pochi minuti: «La mia città in autunno», Il professore annuisce col capo, chiude gli occhi, ascolta. (È il professore che imito meglio negli spettacoli) Alla fine dice:

— Le ho già dato un voto «eccellente». Ebbene, gliene darò un altro.

Ma, ahimé, non c'è solo la letteratura come materia, al ginnasio, Ci sono anche matematica, chimica, fisica.

Impariamo anche il russo. Nessuno conosce il russo, I professori di lingue straniere, tedesco, inglese, francese, si mettono a frequentare corsi intensivi di russo per qualche mese, ma non si può dire che lo imparino veramente, e non hanno nessuna voglia di insegnarlo. Da parte loro, gli allievi non hanno nessuna voglia di impararlo.

Ciò che si verifica è un sabotaggio intellettuale nazionale, una resistenza passiva naturale, non concordata, che si mette in moto da sé. Con la stessa mancanza d’entusiasmo si insegna e si impara la geografia, la storia e la letteratura dell’Unione Sovietica. Dalle scuole viene fuori una generazione di ignoranti. Ed è così che, all’età di ventun anni, al mio arrivo in Svizzera, e assoluta. mente per caso in una città in cui si parla francese, affronto una lingua per me del tutto sconosciuta. È qui che comincia la mia lotta per conquistare questa lingua, una lotta accanita e lunga, che di certo durerà per tutta la mia vita.

Parlo il francese da più di trent'anni, lo scrivo da vent'anni, ma ancora non lo conosco. Non riesco 4 parlarlo senza errori, e non so scriverlo che con l’aiuto di un dizionario da consultare di frequente. È per questa ragione che definisco anche la lingua francese una lingua nemica. Ma ce n'è un’altra, di ragione, ed è la più grave: questa lingua sta uccidendo la mia lingua materna.


Agota Kristof, L'analfabeta



martedì 9 dicembre 2025

Armanda Guiducci, tra femminismo, corpo e scrittura

 

“Non sono autobiografia, sono un campione d’esistenza al femminile. Ogni ragazza dell'Occidente percorre infatti fasi “obbligate” dello sviluppo fisico e psichico. Importante, è questo modello imposto e comune. Rifletto sul destino della donna e mi domando: da dove proviene la forza prepotente che ci costringe a seguire quel modello? Chi ci impone di recitare, con la convinzione di prime attrici, una parte secondaria nell’esistenza sociale? Chi ci suggerisce di dire “io” a bassa voce? Risalgo ad Eva, la mela e il serpente, e discendo dentro me stessa. Frugo dietro le istituzioni sociali, dietro i tabù del sesso, nell’inconscio maschile. Ma frugo anche nel mio conscio che pullula di immagini compiacenti, deformate, della Femminilità. E mi sforzo di toccare il fondo, di snidare quanto di ancora inconfessato giace nel ripostiglio della mia bell’anima tradizionale”.

 

“Clandestina allo specchio, osservo il naufragio del mio corpo. Ho chiuso a chiave le porte della stanza. Sto consumando un peccato: guardarmi. Il mio corpo assolutamente nudo, oblungo e liscio, le costole sottopelle, le spalle strette appuntite, ostenta sotto il ventre quel taglio efferato, quella terribile mancanza, quel non avere, quel non essere! La mia anatomia non ha nome, Non conosco il nome di quella parte di me. Forse, non ha un vero nome”.

 

“Diventare donna è un nascere per strappi / reiterati, per lacerazioni / là, ai margini, / dove l’erba dirada”.


Armanda Guiducci




lunedì 8 dicembre 2025

Quaderno proibito. Scrittura del sé e autocoscienza femminile

 

“Quando ho incominciato a scrivere credevo d'essere giunta al punto in cui si traggono le conclusioni della propria vita. Ma ogni esperienza - anche quella che mi viene da questo lungo interrogarmi nel quaderno - m'insegna che tutta la vita passa nell'angoscioso tentativo di trarre conclusioni e non riuscirci. Almeno per me è così: tutto mi sembra, allo stesso tempo, buono e cattivo, giusto e ingiusto, persino caduco ed eterno.


Non avrei mai creduto che tutto quanto m'accade nel corso della giornata valesse la pena di essere notato. La mia vita mi è sempre parsa piuttosto insignificante, senza avvenimenti notevoli [...]invece, da quando, per caso, ho cominciato a tenere un diario, mi pare di scoprire che una parola, un accento, possono essere altrettanto importanti, o anche più, dei fatti che siamo abituati a considerare tali. Imparare a comprendere le cose minime che accadono tutti i giorni, è forse imparare a comprendere davvero il significato più riposto della vita. Ma non so se è un bene, temo di no.


Avrei bisogno di essere sola, qualche volta, non oserei mai confessarlo a Michele, temendo di dargli un dispiacere, ma sogno di avere una camera tutta per me. I domestici, anche se lavorano tutto il giorno ininterrottamente, a sera dicono: Buona notte e hanno il diritto di chiudersi in una camera, in uno sgabuzzino. Io mi accontenterei di uno sgabuzzino. Invece non riesco mai a isolarmi e soltanto rinunziando al sonno trovo un po' di tempo per scrivere in questo quaderno. Se, quando sono in casa, interrompo ciò che sto facendo, o la sera, a letto, smetto di leggere e guardo nel vuoto, c'è sempre qualcuno che premurosamente mi domanda a che penso. Anche se non è vero, rispondo che penso all'ufficio o che sto facendo certi conti; insomma debbo sempre fingere di non pensare che a cose pratiche e questa finzione mi logora. Se dicessi che sto pensando a un problema morale, o religioso, o politico, forse, si metterebbero a ridere, affettuosamente schernendomi, come fecero la sera in cui affermavo il mio diritto a tenere un diario”.

Alba de Céspedes, Quaderno proibito



 

domenica 7 dicembre 2025

In nome di Ipazia, Dacia Maraini

 

“Per chi non sapesse, Ipazia era una astronoma greca che abitava nella colonia romana d’Egitto e precisamente ad Alessandria. Siamo nel quinto secolo d.C. e l’Impero Romano, che do minava il mondo, aveva deciso da poco di adottare la religione cristiana. Ma Ipazia non era credente, Fra una donna colta, fi. glia di un grande filosofo, Teone, che l’aveva introdotta, bambina, ai rudimenti della scienza. La troviamo in piazza che insegna ai giovani studenti, che frequenta la grande e preziosa biblioteca della sua città e passa il tempo libero a osservare le stelle. È a lei che dobbiamo l’invenzione dell’astrolabio e dell’idroscopio, strumenti sperimentali per lo studio matematico del firmamento. È la prima scienziata che teorizza qualcosa di inaudito per l’epoca: ovvero che la Terra non è il centro dell’universo ma un pianeta che gira intorno al sole in un cosmo pieno di altri sistemi solari. Questo la rende sospetta ai neocristiani, difensori del dogma biblico, e presto cominciano le persecuzioni da parte dei fanatici integralisti, soprattutto dei sostenitori del vescovo Cirillo che aspirava al governo assoluto della città, al posto del questore romano Oreste.

Un giorno che la giovane parla di stelle davanti a un pubblico di studenti entusiasti, viene caricata a forza su un carro dal gruppo dei Parabolani, (setta di fanatici cristiani), strangolata e fatta a pezzi. Sembra che ancora in vita le abbiano cavato gli occhi perché il suo sguardo si era posato eretico sull’universo.

Sia Antigone che Ipazia finiscono male, e sarebbe successo anche a mia madre, se la guerra non fosse stata vinta dagli Alleati che ci hanno liberati dal campo di prigionia giapponese. Ricordo ancora il mio spavento di bambina quando, dopo averci contati, le guardie ci ripetevano che appena vinta la guerra ci avrebbero tagliato la gola. Ancora oggi sogno quelle parole che mandavano in frantumi il mio piccolo cuore di bambina. Immaginavo mia madre, mio padre e le mie due sorelle per terra, sgozzate, e per l’angoscia mi si bloccava il respiro. Certo, le situazioni estreme che hanno dovuto affrontare Antigone e Ipazia non si presentano più alle donne di oggi che pensano con la propria testa. Anche se, purtroppo, con quell’andamento inquietante della Storia che fa un passo avanti e due indietro, ci troviamo ancora di fronte a certe pratiche atroci. Penso per esempio alle coraggiose ragazze iraniane che si tolgono il velo rischiando di essere arrestate. I fanatici religiosi iraniani, in nome di un Dio geloso e punitivo, arrestano, frustano e sparano al volto e ai genitali delle donne che pretendono, come Ipazia, di rivendicare una libertà di studio e di pensiero non ammesso dalla gerarchia ecclesiale.

Cosa se ne ricava? Che la fede è un meraviglioso atto d’amore, ma va tenuta assolutamente separata dal potere costituito. Quando si pretende di imporla, decidendo non solo i comportamenti ma perfino i pensieri e le parole delle persone, soprattutto donne, si cade nella tirannia più odiosa e in una brutalità

militaresca. Comunque, molti passi avanti sono stati fatti, e il mondo vive meglio.

A chi mi chiede dove stia questo meglio posso rispondere che la schiavitù per esempio è stata abolita, mentre per tanti secoli è stata considerata legittima. La ghigliottina come spettacolo di piazza è stata abrogata, i combattimenti fra uomini e bestie, la lapidazione, la decapitazione, la tortura sono state abrogate. C'è chi li pratica ancora, ma si tratta di abusi e suscitano indignazione. Siamo andati avanti coi diritti civili? Sì, forse, chissà.

Il nome di Ipazia per me significa riferirmi a un modello di gioiosa e serena fermezza d’animo, quella che ho potuto conoscere in famiglia durante la mia dolorosa infanzia giapponese. Molti mi hanno chiesto e me lo chiedono ancora: ma valeva veramente la pena di rischiare la vita delle figlie bambine per difendere le proprie idee? La mia risposta è sì. Forse perché sento ancora la voce di mia madre che sorridendo dice: non importa quello che dicono gli altri, ma la prima fedeltà alle proprie idee viene da te, accompagnata dalla stima per te stessa. E questa stima devi tenerla sempre alta”.

Dacia Maraini, In nome di Ipazia, -prefazione-



sabato 6 dicembre 2025

Sulle pratiche femministe

 

“Quando ho iniziato a occuparmi di femminismo francese nei primi anni '80, penso non fossi affatto interessata a lei (Luce Irigaray) perché mi sembrava un'essenzialista, un termine che allora usavamo con molta facilità, quando pensavamo di sapere cosa significasse. Alla fine degli anni '80, ho iniziato a riconsiderare le mie obiezioni nei suoi confronti e ho scoperto che, tra le teoriche femministe che avevo letto, era forse la più esperta di filosofia e che il suo approccio alla filosofia era un curioso mix di lealtà e aggressione. Ed è diventata molto interessante, per me, quando ho iniziato a riflettere sulla sua pratica della mimesi critica - come si approcciava quando leggeva Freud, o quando leggeva Platone - e ho letto Speculum più e più volte, spaventata dalla sua rabbia, affascinata dalla vicinanza della sua lettura, confusa dal mimetismo del testo. Era schiava di questi testi, li stava sostituendo radicalmente, o era forse intrappolata nell'essere in entrambe le posizioni allo stesso tempo? E ho capito che qualunque cosa fosse per lei il femminile, non era una sostanza, non era una realtà spirituale che potesse essere isolata, ma aveva qualcosa a che fare con questa strana pratica di lettura, in cui lei leggeva testi che non era autorizzata a leggere, testi dai quali era esplicitamente esclusa o esplicitamente sminuita in quanto donna, e che lei leggeva comunque. E allora la domanda è: cosa significherebbe leggere da una posizione di radicale disautorizzazione per smascherare l'autorità contingente del testo? Mi è sembrata una pratica critica femminista, una pratica di lettura critica che io potevo imparare e, da quel momento in poi ho iniziato a leggerla in modo piuttosto approfondito”.

Judith Butler



6 dicembre 1975: la prima grande manifestazione femminista. Perché il femminismo degli anni Settanta parla ancora al nostro presente

 

Roma, 6 dicembre 1975. Migliaia di donne avanzano per le strade della capitale portando cartelli che parlano di aborto, libertà, corpo, autodeterminazione. A distanza di cinquant’anni, quelle voci risuonano ancora. Chi siamo diventate? Che cosa resta di quella forza collettiva che seppe cambiare la storia?


Rai Cultura ha scelto di riproporre quel momento con una serata speciale su Rai Storia con la puntata di Passato e Presente dedicata a Carla Lonzi e lo speciale Diritti civili e conquiste.


Fra le figure riportate in primo piano, Carla Lonzi emerge come quella capace di parlare al nostro tempo. Femminista, critica d’arte, intellettuale refrattaria alle gabbie ideologiche, Lonzi comprese con lucido anticipo ciò che ancora oggi fatichiamo a nominare ovvero l’asimmetria profonda che struttura i rapporti tra uomini e donne, la necessità di smantellare non solo le leggi ingiuste ma l’intero sistema simbolico che le sorregge.


La sua scelta di lasciare il mondo dell’arte per dedicarsi al femminismo radicale fu un salto netto, quasi scandaloso per l’epoca. Quello strappo ha generato uno dei pensieri più fertili e scomodi della contemporaneità. Leggere Sputiamo su Hegel nel 2025 significa riconoscere quanto siamo ancora immersi, talvolta inconsapevolmente, nella logica che lei volle rovesciare.



Lo speciale Soggetto donna ci ricorda invece che le rivoluzioni nascono dai libri e dai luoghi in cui le donne si sono incontrate. Il Teatro della Maddalena e la redazione di Effe erano spazi concreti abitati da donne reali: Dacia Maraini, Adele Cambria, e tante altre. Si provavano spettacoli, si discuteva, si litigava, si scrivevano editoriali, si costruiva la sorellanza. Si immaginava un modo diverso di stare al mondo e nel mondo. Le conquiste civili degli anni Settanta non sono nate nei palazzi del potere, ma in luoghi come questi, dove la creatività incontrava la politica e la vita quotidiana diventava materia rivoluzionaria.


Oggi è giusto e legittimo chiedersi che cosa resta di tutto questo. Raccontare oggi il femminismo degli anni Settanta significa fare molto più che un’opera di commemorazione, significa riconoscere che i diritti non sono mai definitivamente conquistati, che il corpo delle donne è ancora campo di battaglia legislativo, sociale e anche mediatico e che le parole di Lonzi, Maraini e Cambria non rimangono dietro di noi ma avanzano con noi.

C’è una responsabilità che riguarda tutte e tutti noi e credo sia da rintracciare nell'eredità di questi momenti storici, nella conoscenza profonda che porta a una consapevolezza del passato per una riflessione che possa davvero dirsi costruttiva verso il presente e il futuro. Portare con noi quei momenti e farli vivere nel modo in cui guardiamo alle relazioni, alla politica, alla rappresentazione del corpo, alle forme di libertà possibili oggi. 


venerdì 5 dicembre 2025

Simone de Beauvoir, L’età forte

 

Quando avevo conosciuto Sartre, avevo creduto di aver raggiunto tutto; accanto a lui non avrei potuto mancare di realizzarmi; adesso mi dicevo che riporre la propria salvezza su qualcuno che non sia noi stessi è il più sicuro mezzo di correre alla propria perdita. Ma insomma, perché questi rimorsi, questi terrori? Io non ero certo una femminista militante, non avevo alcuna teoria circa i diritti e i doveri della donna; come in altri tempi avevo rifiutato di essere definita “una bambina”, adesso non mi pensavo come “una donna”: ero io, ma era proprio per questo che mi sentivo in colpa. L’idea di salvezza era sopravvissuta in me alla sparizione di Dio, e la prima delle mie convinzioni era che ciascuno doveva provvedere personalmente alla propria. La contraddizione di cui soffrivo era non già di ordine sociale, ma morale, e quasi religioso. Accettar di vivere come essere secondario, come essere “relativo” sarebbe stato abbassarmi in quanto creatura umana; tutto il mio passato insorgeva contro questa degradazione.

Simone de Beauvoir, L’età forte



giovedì 4 dicembre 2025

Sulla sessualità, la memoria, la scrittura

 

La sessualità femminile: due tipi, quella che risponde + quella che prende l'iniziativa, Il sesso è sempre sia attivo (avere una dinamo dentro di sé) sia passivo (abbandonarsi),

La paura di ciò che pensa la gente — e non l’indole naturale - fa si che la maggior parte delle donne abbia bisogno di essere desiderata prima di poter desiderare.

L'amore come incorporazione, come essere incorporati. Devo resistervi. Dovrebbe esserci una tensione nel palmo della mano, come dice il maestro di ballo. Non ricevi alcun messaggio se sei floscia.

Pensare alla separazione [da Irene] come a una tensione di questo tipo.

La mente è una puttana.

Leggere per me è fare incetta, accumulare, immagazzinare per il futuro; riempire il vuoto del presente. Fare sesso e mangiare sono attività completamente diverse — piaceri in sé, per il presente — che non sono al servizio né del passato né del futuro. A loro non chiedo niente, neppure un ricordo.

La memoria è la prova. Ciò che si desidera ricordare — mentre si ricorda ancora impegnati in un’azione o un'esperienza — È corrotto.

Scrivere è un’altra attività esente da queste costrizioni, Uno sgravarsi. Un estinguere. Un estinguere il debito con la memoria.

Susan Sontag, Rinata




mercoledì 3 dicembre 2025

Sulle tracce di Medusa

“Bisogna che la donna scriva se stessa: che la donna scriva della donna e che avvicini le donne alla scrittura, da cui sono state allontanate con la stessa violenza con la quale sono state allontanate dal loro corpo; per gli stessi motivi, dalla stessa legge e con lo stesso scopo mortale. La donna deve mettersi nel testo – come nel mondo e nella storia – di sua iniziativa”.


“Bisogna che la donna scriva dal suo corpo, che inventi la lingua imprendibile che schianti le pareti, le classi e le retoriche, le ordinanze e i codici, che sommerga, trapassi, travalichi il discorso di riserva ultimo, compreso quello che se la ride di dover dire la parola “silenzio”, quello che, mirando all’impossibile, si ferma di botto davanti alla parola “impossibile” e la scrive come “fine”. Tale è la potenza femminile che - travolgendo la sintassi, rompendo questo famigerato filo (un filo sottile sottile, dicono loro) che serve agli uomini da sostituto del cordone per assicurarsi, altrimenti non godono, che la vecchia madre sia sempre dietro di loro, a guardarli far fallo - le donne si spingeranno all’impossibile” 

Hélène Cixous, Il riso della Medusa




martedì 2 dicembre 2025

Io non domando fama, domando ascolto

In verità, al di fuori della somma di energie ch'io spendevo attorno al bambino, era in me un'incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s'integrava con la donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un'instabilità, un'alterazione di languori e di esaltamenti, di desideri e di sconforti, di cui non conoscevo l'origine e che mi facevano giudicare da me stesso un essere squilibrato è incompleto. Su un libriccino segnavo le date maggiori dell'esistenza fragile e preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a notazione rapida del primo destarsi dell'intelligenza nel bimbo e delle impressioni varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice. 


Sibilla Aleramo, Una donna