Apprendo ora. Le sue parole, che tante volte ho sentito mie, mi hanno accompagnata a lungo e continueranno a farlo.
Sara Durantini. Scrittrice, saggista e curatrice di progetti sulla scrittura autobiografica e femminile. Tra le autrici che hanno suscitato maggiormente il suo interesse: Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux, Anaïs Nin, Nathalie Léger, Sylvia Plath, Simone de Beauvoir, Virginia Woolf, Anne Sexton, Chandra Livia Candiani, Alice Munro.
13/06/26
12/06/26
La cultura fa sciopero: 12 giugno
Oggi
il mondo della cultura sciopera e fa bene. A scioperare sono lavoratrici e
lavoratori di musei, biblioteche, archivi, teatri e istituzioni culturali che
denunciano salari insufficienti, precarietà e condizioni di lavoro non
all'altezza delle competenze richieste.
Ma
il senso di uno sciopero (e qui mi rivolgo alle sigle sindacali) sta nella sua
capacità di inserirsi in una riflessione più ampia e continuativa sullo stato
della cultura nel nostro Paese.
L’impoverimento
a cui assistiamo da anni (e sottolineo da anni) non è soltanto il risultato dei
tagli e del progressivo disinvestimento pubblico. Esistono anche responsabilità
interne che troppo spesso restano nell’ombra: sistemi di cooptazione, lavoro
gratuito o sottopagato considerato normale, opportunità distribuite secondo
logiche di appartenenza più che di merito, per non parlare di una fetta di
lavoratrici e lavoratori culturali totalmente invisibili e di disparità
retributive. Una precarietà che viene tollerata quando non addirittura
alimentata dagli stessi ambienti culturali.
È
difficile rivendicare dignità per il lavoro culturale se si continua, al tempo
stesso, a legittimare pratiche che quella dignità la consumano quotidianamente.
Per
questo lo sciopero di oggi è importante. Non solo perché richiama l'attenzione
sulle responsabilità delle istituzioni, ma perché dovrebbe aprire una
discussione più profonda, e forse più scomoda, sul modo in cui il mondo della
cultura organizza sé stesso, distribuisce risorse, riconoscimento e possibilità
di accesso. Senza questa riflessione, il rischio è che la denuncia resti
parziale.
04/06/26
Se ne va Marjane Satrapi. Con Persepolis ha dato voce alle donne iraniane
È
morta Marjane Satrapi.
E
il minimo che possa fare, e per quello che può valere, è scrivere queste poche
righe. Non pensare alla forma, almeno per una volta. Lasciarmi andare al
ricordo che ho di lei, la prima lettura di Persepolis. È stato nell’inverno (o
forse era autunno) del 2005. L’edizione di Sperling & Kupfer mi venne
regalata. Non sapevo quasi nulla dell'Iran, se non ciò che arrivava dai
telegiornali: proteste, tensioni politiche, immagini di un paese che appariva
lontanissimo e incomprensibile. E sapevo ancora meno delle donne iraniane,
della complessità delle loro vite, delle libertà conquistate e perdute, delle
forme quotidiane di resistenza che attraversavano la società.
Con
Persepolis mi si aprì una porta. Attraverso le parole e i disegni di Marjane
Satrapi scoprii che dietro le immagini stereotipate dell’Iran esistevano
persone che ascoltavano musica, leggevano libri, litigavano con i genitori, si
innamoravano, desideravano libertà. Scoprii che la rivoluzione, la guerra, la
repressione non erano soltanto eventi storici ma esperienze vissute da corpi
concreti, da famiglie concrete. Scoprii soprattutto che una donna poteva
raccontare il proprio paese senza trasformarlo né in un simbolo né in una
vittima, ma restituendogli tutta la sua complessità, che è esattamente quello
che ha fatto Satrapi. Per me, che avevo poco più di vent’anni, fu una
rivelazione e non mi riferisco all'aspetto letterario, parlo soprattutto di
quello umano. Con lei scoprii la sua storia e quella di un intero Paese.
Scoprii una bambina cresciuta durante la rivoluzione islamica, che aveva
attraversato la guerra, l’esilio, che era ritornata nel proprio paese e con
difficoltà si era appropriata di sé stessa. Attraverso il suo racconto scoprii
anche la realtà iraniana, le contraddizioni della Repubblica islamica, le
restrizioni imposte alle donne ma anche le forme quotidiane di resistenza, di
desiderio e di libertà che continuavano a esistere. E proprio così scoprii che
una ragazza nata e cresciuta a migliaia di chilometri poteva interrogarsi sulle
stesse cose sulle quali io mi interrogavo: il rapporto con la famiglia, il
desiderio di libertà, il corpo, l'appartenenza, il bisogno di trovare una voce
propria. E scoprii anche che, pur nelle differenze culturali, enormi, vi era una
qualche forma di riconoscimento.
Molti
anni dopo, seguendo il filo che Satrapi aveva lasciato nelle mie mani, arrivai
a un’altra artista iraniana che avrebbe significato molto per me: Shirin
Neshat. Anche lì ritrovai la stessa domanda sulla libertà, sul corpo femminile,
sull'esilio, sull'identità.
E
questo è stato uno dei doni più grandi di Marjane Satrapi: raccontare per
svelare, dare un altro punto di vista e costruire (per me e per noi tutti) un
nuovo punto di osservazione e così condurmi (e condurci) verso l'altrove.
05/05/26
Hélène Cixous e Il riso della Medusa. La Sapienza ospita la tavola rotonda con la filosofa femminista
Domani, mercoledì 6 maggio, presso l'Università La Sapienza di Roma in Aula VI (non in XIII come da locandina), dalle 12.00 alle 14.00 si terrà la tavola rotonda con la celebre filosofa francese Hélène Cixous, intorno alla recente pubblicazione dell'edizione italiana del suo Il Riso della Medusa. Manifesto Femminista. Con l'Autrice discuteranno Orietta Ombrosi (Sapienza Università di Roma) la traduttrice Francesca Maffioli (Paris VIII-LEGS) e Natascia Mattucci (Università di Macerata).
01/05/26
Immaginaria XXI. Torna a Roma il Festival internazionale del cinema lesbico e femminista
Dal cuore culturale di Roma torna uno degli appuntamenti più significativi del panorama cinematografico indipendente: Immaginaria International Film Festival of Lesbians & Other Rebellious Women, giunto alla sua XXI edizione. Organizzato dall’Associazione Culturale Visibilia, il festival si svolgerà dall'8 al 10 maggio presso il Cinema Nuovo Sacher, storico spazio dedicato al cinema d’autore fondato da Nanni Moretti.
Immaginaria non è, prima di tutto, un progetto culturale e politico che da oltre vent’anni promuove visioni alternative, narrazioni queer e prospettive femministe provenienti da tutto il mondo. Nato per dare spazio a opere spesso escluse dai circuiti mainstream, il festival continua a essere un punto di riferimento per registe, autrici e artiste che raccontano identità, corpi e desideri fuori dalle norme dominanti. In un contesto globale in cui i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+ sono ancora oggetto di dibattito e, in molti casi, di regressione, Immaginaria si conferma come uno spazio di resistenza culturale e di confronto.
Il tema dell’edizione 2026, “The Power of Love”, propone l’amore come forza trasformativa e politica capace di opporsi alle strutture patriarcali e alle disuguaglianze contemporanee. La XXI edizione si sviluppa in tre giornate intense con un programma articolato tra lungometraggi, documentari e cortometraggi, molti dei quali presentati in anteprima italiana ed è dedicato a Edda Billi (1933–2026), figura centrale del movimento femminista e lesbico italiano, ricordata per il suo impegno politico e culturale lungo oltre cinquant’anni. E ad accompagnare questa edizione, la presenza della testimonial Federica Rosellini, artista multidisciplinare tra le voci più radicali e innovative della scena contemporanea.
Il festival prende il via venerdì 8 maggio con una serata inaugurale alle ore 20:00, seguita dalla proiezione evento di When Night is Falling (1995) di Patricia Rozema, presentato per la prima volta in Italia nella sua versione restaurata in 4K. Un film simbolo del cinema indipendente queer, che esplora il desiderio e le relazioni tra donne con uno sguardo pionieristico. Tra i momenti più attesi del programma spicca la prima italiana del documentario A Culinary Uprising: The Story of Bloodroot, con la presenza della regista e del team creativo, a testimoniare il legame tra cinema e attivismo femminista internazionale. Tra gli appuntamenti mi preme ricordare la proiezione di Hot Milk, film del 2025, scritto e diretto da Rebecca Lenkiewicz, adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Deborah Levy, The Queen of My Dreams scritto e diretto da Fawzia Mirza, Le prime volte di Giulia Cosentino e Perla Sardella, film del 2025, in cui le registe rievocano l’adolescenza di Emilia e Caterina negli anni Cinquanta, restituendo la prospettiva del desiderio femminile, e i due documentari Sally e Remanence.
Per info complete su programma e sostegno https://www.immaginariaff.it/
26/04/26
Alba De Céspedes. Lettera a Natalia Ginzburg
Questa lettera è stata scritta da Alba De Céspedes a Natalia Ginzburg in seguito a uno scritto di quest'ultima dedicato alle donne e alla loro agognata libertà comparso sulla rivista “Mercurio”, diretta dalla stessa de Céspedes. L'articolo si intitolava "Discorso sulle donne" (che, a pensarci ora, mi ricorda, per assonanze e intenti, "Sulle donne" di Susan Sontag) e riguarda la malinconia che alcune volte colpisce le donne facendole cadere "nel pozzo".
Trovo la risposta di Alba De Céspedes talmente accorata, vera, intensa, strabordante di quei sentimenti così puri ma privi di qualsiasi pietismo che solo una donna e scrittrice come lei potevano partorire in risposta a un'altra grandissima donna e scrittrice come Natalia Ginzburg.
Mia carissima, voglio scriverti due parole appena finito di leggere il tuo articolo. E’ così bello e sincero che ogni donna, specchiandosi in esso, sente i brividi gelati nella schiena. Tuttavia, per un momento, avevo pensato di non pubblicarlo, temendo di commettere un’indiscrezione verso le donne nel rivelare questo loro segreto. Inoltre pensavo che gli uomini lo avrebbero letto distrattamente, o con la loro vena d’ironia, senza intuire l’accorata disperazione e il disperato vigore che è nelle tue parole, e avrebbero avuto una ragione di più per non capire le donne e spengerle ancora più spesso nel pozzo. Ma poi ho pensato che gli uomini dovrebbero infine tentare di capire tutti i problemi delle donne; come noi, da secoli, siamo sempre disposte a cercare di capire il loro. Ti dirò che nel pubblicare il tuo “discorso” ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo.
Ma – al contrario di te- io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini- i quali non cadono mai nel pozzo- non comprenderanno mai.
Nel pozzo sono pure le più dolorose e sublimi verità dell’amore, anzi, sono nel fondo più profondo di ogni pozzo, ma le donne, tutte le donne delle quali tu parli, vi crollano dentro così pesantemente da riuscire a toccarle. E noi siamo spesso infelici in amore appunto perché vorremmo trovare un uomo che anche lui cadesse qualche volta nel pozzo e, tornando su, sapesse quello che noi sappiamo. Questo è impossibile, vero, cara Natalia?, e perciò è impossibile per noi veramente essere felici in amore. Ma quando si cade nel pozzo si sa anche che essere felici non è poi molto importante: è importante sapere tutto quello che si sa quando si viene su dal pozzo.
Del resto- tu non lo dici ma certo lo pensi- sono sempre gli uomini a spingerci nel pozzo; magari senza volerlo. Ti è mai accaduto di cadere nel pozzo a causa di una donna? Escludi naturalmente le donne che potrebbero farci soffrire a causa di un uomo, e vedrai che, se vuoi essere sincera, devi rispondere di no. Le donne possono farci cadere nell’ira, nella cattiveria, nell’invidia, ma non potranno mai farci cadere nel pozzo. Anzi, poiché quando siamo nel pozzo noi accogliamo tutta la sofferenza, che è fatta, prevalentemente, dalla sofferenza delle donne, siamo benevole con loro, comprensive, affettuose. Ogni donna è pronta ad accogliere e consolare un’altra donna che è caduta nel pozzo: anche se è una nemica. E gli uomini non solo ignorano l’esistenza di questi pozzi, e tutto ciò che si impara quando si cade in essi, ma ignorano anche d’esser proprio loro a spingervi le donne con tanta spietata innocenza.
Vedi, cara Natalia, proprio a proposito di questi pozzi io ho tanto insistito perché Maria Bassino, uno dei maggiori penalisti italiani, difendesse il diritto delle donne ad essere magistrati. Perché spesso è proprio nel fondo del pozzo che le donne uccidono, rubano, compiono insomma tutti quei gesti che le umiliano, soprattutto perché sono contrari al naturale rispetto che ogni donna deve a se stessa.
Anche i magistrati ignorano tutto ciò, perché i magistrati – appunto- sono uomini. E non giusto che le donne siano giudicate soltanto da chi non conosce come esse sono veramente, e perché agiscano in un modo piuttosto che in un altro, mentre gli uomini sono sempre giudicati da coloro che, per essere della loro stessa natura, sono i più adatti ad intenderli.
Chi scende nel pozzo conosce la pietà. E come si può vivere, agire, governare con giustizia senza conoscere la pietà?
Tu dici che le donne non sono esseri liberi : e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese. Che si forma fra le donne anche sconosciute l’una all’altra. Del resto essere liberi dal dolore, dalla miseria umana, è veramente un privilegio? La superiorità per una donna è proprio nella possibilità di finire su una panchina, come tu dici, in un giardino pubblico, anche se è ricca, anche se scrive o dipinge, anche se ha occhi belli, gambe belle, bocca bellissima. Anche se ha vent’anni. Perché neppure la gioventù dà alla donna la sicurezza che tanto spesso possiedono gli uomini, e che è solo ignoranza della reale condizione umana.
Scusa, mia cara, questa lunga lettera. Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E, tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente onesta, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che esse trovano in loro.
E di questo non posso parlarti oggi perché mi trovo- come spesso- nel pozzo.
Ti abbraccio, cara.
Alba de Cèspedes
13/04/26
Torino, “Donne e scrittura”. Due giorni dedicati alla scrittura femminile tra Italia e Francia
Il 15 e 16 aprile 2026 l'Università di Torino ospita il convegno internazionale “Donne e scrittura”, un appuntamento che riunisce studiose e studiosi per riflettere sul ruolo delle autrici del XX e XXI secolo nei contesti letterari italiano e francese. Le sedi dell’iniziativa saranno Palazzo Nuovo e il Complesso Aldo Moro, luoghi simbolo della vita accademica torinese.
In questo contesto, il convegno si propone anche come occasione per valorizzare autrici a lungo marginalizzate e per favorire la costruzione di nuovi strumenti critici capaci di riconoscere il loro impatto nella letteratura contemporanea.
Il programma si articola in sessioni tematiche, panel paralleli e tavole rotonde che vedranno la partecipazione di esperte ed esperti provenienti da università italiane e internazionali. Tra i principali temi affrontati figurano il rapporto tra scrittura e genere nel Novecento, le connessioni tra letteratura e femminismo, le poetiche del corpo e la rappresentazione dell’identità, così come le pratiche di autorappresentazione e scrittura autobiografica. Spazio anche all’editoria contemporanea e alla riscoperta delle autrici, oltre che alle estetiche queer e alle nuove forme narrative.
Le due giornate offriranno momenti di dialogo tra ambiti disciplinari diversi, confermando il carattere aperto e multidisciplinare dell’iniziativa.
Il convegno si inserisce inoltre nell’ambito di un progetto insignito del Label scientifico 2025 dell’Università Italo Francese, a sottolineare la rilevanza internazionale dell’iniziativa e il suo contributo al rafforzamento della cooperazione accademica tra Italia e Francia.
07/04/26
Quando Pina Bausch riscrisse Barbablù e il teatro danza
Nel 1977, attraverso il Tanztheater Wuppertal, Barbe-Bleue rappresentò una frattura netta con le convenzioni del balletto narrativo e un punto di svolta nella storia del teatro danza europeo. Pina Bausch prese il racconto archetipico (al centro l’uomo che uccideva le proprie mogli) e lo trasformò in un dispositivo scenico ossessivo, disturbante, ma profondamente contemporaneo.
La narrazione, giocata su un meccanismo di ripetizione, si interfacciava con la musica (quest'ultima tratta dall’opera di Béla Bartók) la quale si interrompeva continuamente e si riavvolgeva per mano di Barbablù stesso, come se il tempo fosse rimasto prigioniero della sua volontà. Questo gesto, semplice e brutale, divenne il cuore simbolico dell’opera: il controllo, la manipolazione, la reiterazione della violenza.
Come la musica, anche i corpi dei danzatori vennero attraversati da impulsi contraddittori: desiderio e paura, attrazione e repulsione. Le donne trascinate, esposte, respinte, mentre gli uomini oscillavano tra il dominio e la fragilità. Il risultato fu una coreografia costituita da frammenti emotivi, in cui ogni gesto sembrava nascere da un’urgenza reale, quasi autobiografica.
La scena era spoglia, ma carica di tensione. Non vi furono elementi decorativi superflui, tutto risultò funzionale a creare un ambiente claustrofobico, in cui lo spettatore era costretto a confrontarsi con dinamiche relazionali scomode e spesso disturbanti. Bausch non cercò mai di camuffare la violenza, al contrario la espose continuamente nella sua banalità e ripetitività quotidiana, rendendola ancora più inquietante.
Uno degli aspetti più radicali di Barbe-Bleue di Pina Bausch fu proprio questa ripetizione delle azioni, anche le più crudeli, un loop emotivo, in cui i personaggi erano incapaci di uscire dai propri schemi relazionali (e in questo senso, l’opera anticipò molte riflessioni contemporanee sulle dinamiche di potere, sulle relazioni tossiche, sul consenso sessuale).
A quasi cinquant’anni dalla sua creazione, Barbe-Bleue rimane un lavoro dirompente. Non solo per il suo contenuto, ma per il linguaggio che ha introdotto: un teatro danza che non voleva separare la scena dalla realtà, ma smontare, reinterpretare e poi ricostruire la fiaba in chiave moderna. Una fiaba che continua a risuonare e a parlarci con forza senza offrire risposte consolatorie.
05/04/26
Cos’è lo scrivere? da Urgimi addosso di Roberto Uberti
Cos’è lo scrivere?
È l’arredare stanze di un edificio che ancora
non esiste. È il farsi carico
di un orizzonte muto – sviluppare
lunghe nenie interne mai interrotte.
È il ripercorrere le prospettive lunghe
di un corridoio dalle porte uguali
per individuare una segreta
liturgia da dire.
È forse l’esistere
profondo di una sembianza nuda,
come una polverina per il mal di testa
dentro un bicchiere pieno di sussurri.
23/03/26
Anaïs Nin. Sulla scrittura
Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un'atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita. Questa, credo, è la ragione di ogni opera d'arte.
Anaïs Nin
19/03/26
Michelle Perrot, histoire d’une femme. L' incontro con la pioniera della storia delle donne
La Maison de Colette ospita un appuntamento di grande rilievo culturale dedicato a Michelle Perrot, tra le più importanti storiche contemporanee e pioniera nello studio della storia delle donne.
L’evento, intitolato “Michelle Perrot, histoire d’une femme”, che si terrà l'11 aprile, si configura come un momento di riflessione e dialogo attorno al percorso umano e intellettuale di una protagonista assoluta del pensiero femminista europeo.
Storica francese di fama internazionale, Michelle Perrot ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo della storia sociale e degli studi di genere, aprendo nuovi orizzonti di ricerca già a partire dagli anni Settanta. Durante l’incontro, il pubblico verrà accompagnato in un racconto biografico e intellettuale che ripercorre la sua formazione, le influenze culturali, le tappe fondamentali della sua carriera e la sua progressiva adesione al femminismo, offrendo una lettura profonda del ruolo delle donne nella storia e nella società contemporanea.
L’evento si articolerà in più momenti, pensati per offrire un’esperienza completa e coinvolgente: la proiezione del documentario “Michelle Perrot, dans l’intimité des chambres” (2025), un incontro-conversazione con la storica e letture di testi interpretate dall’attrice Sabine Haudepin.
Il dialogo affronterà figure centrali della storia e della cultura, come George Sand e Simone de Beauvoir, offrendo uno sguardo che intreccia passato e presente e mettendo in luce il percorso dell’emancipazione femminile. Oltre alla dimensione storica, l’incontro si aprirà anche a una riflessione sui temi più attuali, dalle conquiste del femminismo alle trasformazioni sociali in corso, fino alle sfide ancora aperte.
Un evento unico e di rilievo per approfondire temi di grande attualità attraverso uno sguardo storico e critico, in un contesto suggestivo e ricco di memoria come quello della Maison de Colette.
15/03/26
Gerda Wegener
Il Centre Pompidou omaggia Gerda Wegener in occasione dei 140 anni dalla sua nascita (15 marzo 1886 – 28 luglio 1940). La sua opera, incentrata principalmente su figure femminili, riflette un'immagine raffinata della donna parigina. Spesso ritrasse la moglie e modella Lili Elbe, che sostenne nel suo percorso di transizione. Ispirandosi alla sua storia, il regista Tom Hooper ha diretto, nel 2025, il film The Danish Girl.
03/03/26
Il pensiero della differenza sessuale
Un libro per ripensare il rapporto tra filosofia, libertà e esperienza
Il pensiero della differenza sessuale, pubblicato da Mimesis nella collana Lo scandalo della differenza, raccoglie una delle riflessioni più significative nate all’interno della comunità filosofica Diotima. Il volume propone di ripensare la differenza tra i sessi non come semplice dato biologico o categoria sociale, ma come esperienza viva e relazionale, capace di aprire nuove prospettive sul soggetto, sul linguaggio e sulla libertà.
Contro una lunga tradizione filosofica che ha spesso ridotto la differenza a gerarchia o stereotipo, le autrici e filosofe mostrano come il riconoscimento della differenza possa diventare una condizione originaria dell’esperienza umana. Essere donna o uomo non è allora un’identità rigida e immobile, ma un processo che prende forma nel rapporto tra il corpo, il pensiero e la parola.
Il libro intreccia teoria e pratica politica, offrendo uno sguardo che attraversa filosofia, femminismo e vita concreta. La riflessione della comunità Diotima restituisce così la forza di un pensiero capace di interrogare il presente e di aprire nuove possibilità di relazione, conoscenza e libertà.
Questa edizione riporta all’attenzione un testo che continua a parlare al nostro tempo, mostrando come il pensiero della differenza non sia soltanto una proposta teorica, ma anche una pratica viva di trasformazione del modo in cui abitiamo il mondo.
20/02/26
Come si cancella la scrittura delle donne
Nel
2025 è apparsa in Francia, con il titolo Comment torpiller l’écriture des
femmes, la traduzione di un libro che, fin dalla sua uscita negli
Stati Uniti nel 1983, è diventato un classico della critica femminista: How
to Suppress Women’s Writing di Joanna Russ. L’edizione francese ha
riportato al centro del dibattito europeo un testo che conserva intatta la sua
forza polemica e la sua sorprendente attualità.
Il
titolo, già nell’originale inglese, suona come un manuale: “come sopprimere la
scrittura delle donne”. Russ adotta infatti una strategia ironica e
spiazzante: finge di offrire istruzioni per neutralizzare, silenziare,
delegittimare le autrici, mentre in realtà smonta con rigore i meccanismi
culturali che, per secoli, hanno reso marginale la loro produzione. Non si
limita a denunciare un’ingiustizia generica; ne analizza la grammatica.
Mostra come l’esclusione non sia il risultato di episodi isolati, ma l’effetto
di un sistema di valori e di pratiche critiche profondamente radicate.
Il
libro attraversa la storia letteraria occidentale individuando una serie di
strategie ricorrenti. La prima è la più evidente: impedire materialmente alle
donne di scrivere, negando loro istruzione, autonomia economica, tempo. Ma
Russ insiste soprattutto sui dispositivi più sottili, quelli che entrano in
funzione quando un’opera esiste già. Si può sostenere che l’autrice non sia
davvero l’autrice; si può ridurre il testo a documento biografico; si può
dichiarare che si tratta di un’eccezione, di un caso isolato, di un talento
“minore” confinato in un genere considerato secondario. Oppure si può concedere
visibilità per poi neutralizzare, classificando l’opera come confessionale,
sentimentale, privata, dunque non universale.
Uno
dei passaggi più incisivi del saggio riguarda la questione dei valori. Russ
mostra come ciò che viene giudicato “importante” in letteratura dipenda da una
gerarchia costruita storicamente su esperienze maschili assunte come misura del
generale. La guerra, la politica, l’azione pubblica sono temi
alti; la vita domestica, le relazioni, la sfera emotiva sono relegati al
margine. Se una scena su un campo di battaglia è considerata più significativa
di una scena in un salotto, non è per una qualità intrinseca del testo, ma per
un sistema di valutazione che stabilisce in anticipo cosa meriti attenzione e
cosa no. La scrittura delle donne, inscritta in esperienze giudicate
secondarie, viene così svalutata prima ancora di essere letta.
La
forza di Comment torpiller l’écriture des femmes risiede nella
combinazione di ironia e precisione analitica.
Il tono talvolta sarcastico non attenua la portata del discorso; al contrario,
rende più visibile l’assurdità di meccanismi che, proprio perché diffusi e
sedimentati, finiscono per apparire naturali. Russ invita a riconoscere che il
canone non è neutro, ma il risultato di scelte, omissioni, sedimentazioni
ideologiche. E invita, soprattutto, a interrogare il nostro modo di leggere:
quali criteri applichiamo? Quali esperienze consideriamo centrali? Quali,
invece, continuiamo a percepire come periferiche?
La
traduzione francese ha il merito di restituire questo testo a una nuova
generazione di lettrici e lettori europei, in un momento in cui le discussioni
sul canone, sulla rappresentazione e sulla legittimazione culturale sono
tornate con forza nello spazio pubblico. Rileggere Russ oggi significa
dotarsi di strumenti critici per comprendere non solo il passato, ma anche le
forme contemporanee (spesso più sottili) di marginalizzazione. Il libro è un
invito alla vigilanza: ogni volta che una voce viene giudicata “minore”, “di
nicchia”, “non universale”, vale la pena chiedersi quali valori stiano parlando
attraverso quel giudizio e quali storie, ancora una volta, rischino di essere
rimosse o rese invisibili.
18/02/26
La preghiera di Etty Hillesum
Forse è stato tutto un po’ troppo, mio Dio. Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice: alt. Ora mi rendo conto di quanto Tu mi abbia dato da sostenere, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. E certe volte è stato più difficile sopportare le cose belle e grandi che quelle dolorose, perché ne ero come sopraffatta.
Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto.
Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi.
Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia, e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno.
Nella mia vita c’è posto per tante cose. E ho così tanto posto, mio Dio.
Etty Hillesum, Diari 1941-1943
17/02/26
Nuit Marguerite Duras: Trouville celebra la scrittrice francese. Una notte tra letteratura, cinema e memoria
A
trent’anni dalla scomparsa di Marguerite Duras, Trouville-sur-Mer rende omaggio
a una delle figure più emblematiche della letteratura del Novecento con un
evento speciale che unisce parole, immagini e sapori. Sabato 7 marzo 2026, dal
pomeriggio fino a notte fonda, l’hotel Les Cures Marines ospiterà la “Nuit Marguerite Duras”, una maratona culturale pensata per ripercorrere l’opera, il
pensiero e l’eredità della scrittrice. L’iniziativa è organizzata dalla
libreria L’Usage du Papier in collaborazione con Les Cures Marines.
Profondamente
legata a Trouville, città che ha abitato e amato per la luce, il mare e
l’atmosfera sospesa, Duras viene celebrata attraverso un percorso immersivo che
intreccia letteratura, incontri, cinema e gastronomia. Un vero viaggio nell’universo
durassiano, artistico e intellettuale, capace di restituire la complessità e la
modernità dell’autrice. In programma letture, tavole rotonde e dialoghi con
scrittori, editori e studiosi, alternati a proiezioni cinematografiche e
momenti musicali.
Tra
i protagonisti, l’attore Félix Lefebvre, che darà voce ad alcuni testi
fondamentali di Duras, offrendo un’interpretazione intensa e sensibile. Gli
incontri approfondiranno la diffusione e l’influenza internazionale dell’opera
durassiana, mettendone in luce l’attualità.
Il
pomeriggio si aprirà con la lettura di “Ah Ernesto!”, seguita da un confronto
con l’editore Thierry Magnier e la traduttrice italiana Cinzia Bigliosi. Nel
corso della giornata si alterneranno tavole rotonde, sessioni di firmacopie e
una lettura musicata di “Mort du jeune aviateur anglais”.
La seconda parte della serata sarà dedicata al grande schermo. Dopo la cena ispirata a “La Cuisine de Marguerite”, ideata dallo chef del’hotel Les Cures Marines, il pubblico assisterà alla proiezione del film “Les Mains négatives”, seguita da un dibattito, e al documentario “Les Fantômes de Marguerite” di Vincent Jaglin, che propone uno sguardo contemporaneo e sensibile sulla figura della scrittrice.
Un’intera giornata per riscoprire la voce inconfondibile di Marguerite Duras e il legame profondo che la unisce a Trouville.
12/02/26
L’“autobiografia impersonale” di Marguerite Yourcenar
Giovedì 12 febbraio ore 17.00
Museo di Roma in Trastevere - Sala Multimediale
L’“autobiografia impersonale” di Marguerite Yourcenar racchiude una visione radicalmente nuova del rapporto tra memoria, identità e letteratura. Lungi dall’essere un semplice racconto di sé, i suoi testi si collocano in uno spazio di attraversamento: la voce dell’autrice si decentra, si mescola con la Storia, con i paesaggi dell’infanzia, con le figure familiari e con l’umanità intera. L’“io” diventa così un tramite, più che un protagonista, permettendo di trasformare l’esperienza personale in meditazione universale. A partire da questa prospettiva, l’incontro tratterà il modo in cui Yourcenar rielabora la memoria individuale in chiave collettiva, proponendo un modello di autobiografia che non celebra il sé, ma apre lo sguardo verso l’altro e verso la Storia.
L’Incontro fa parte della rassegna organizzata da Le parole delle scrittrici
11/02/26
Renée Vivien. La Saffo della Belle Époque
Il vaut mieux être vil que d’être estimé vil.
Quels sont ces espions de ma pauvre nature
Dont je suis à la fois la dupe et la pâture
lit dont l’arrêt prescrit l’irrévocable exil ?
Quels sont ces espions en effet ? Que faut-il
Faire pour contenter ceux-là ? Quelle pâture
Leur jeter ? Quels sont-ils ? et de quelle nature,
Ceux-là qui m’ont jugé, disant que je suis vil ?
Pour moi je ne connais ni leurs noms ni leurs faces,
Mais je les sais petits et trompeurs et voraces
Et n’ayant que l’amour des gloires et du bien.
Moi qui vis au milieu des hommes et des femmes
Pourtant, et ne devrais plus m’ébahir de rien,
Je demeure étonné devant ces pauvres âmes.
08/02/26
Pourquoi je suis feministe. Jean-Louis Servan-Schreiber intervista Simone de Beauvoir
Intervista di Jean-Louis Servan-Schreiber a Simone de Beauvoir per Questionnaire (6 aprile1975)
In questa intervista, risalente al 6 aprile 1975 e realizzata da Jean-Louis Servan-Schreiber per il programma televisivo Questionnaire, Simone de Beauvoir ripercorre i nuclei fondamentali del suo pensiero femminista. A partire dalla celebre affermazione “donna non si nasce, lo si diventa”, Beauvoir chiarisce come la condizione femminile non sia il prodotto di un destino biologico, ma il risultato di una costruzione storica e sociale fondata su rapporti di potere. L’intervista affronta temi cruciali quali il ruolo delle differenze biologiche, l’esclusione storica delle donne dalla produzione e dal sapere medico, la persecuzione delle guaritrici e il modo in cui Il secondo sesso nacque inizialmente come ricerca teorica, prima di diventare un testo centrale del pensiero e della pratica femminista.
Jean-Louis
Servan-Schreiber: Se provassimo a riassumerlo, il che è in effetti un compito
difficile, potremmo dire che tutto ruota attorno a questa idea, spesso ripetuta
da allora, ma che vorrei chiedervi di spiegarci: “Non si nasce donna, lo si
diventa”.
Simone
de Beauvoir: Sì, è una formula semplice che riassume l’insieme delle mie tesi.
Ciò che significa, in modo molto semplice, è che essere donna non è un dato
naturale: è il risultato di una storia. Non esiste un destino biologico o una
logica psicologica che definiscano la donna in quanto tale. È una storia che
l’ha costruita. Anzitutto la storia della civiltà, che conduce allo statuto
attuale della donna; e, d’altra parte, per ogni donna in particolare, è la
storia della sua vita. È la storia della sua infanzia che la determina come
donna, che crea in lei qualcosa che non è affatto un dato, un’essenza. Crea in
lei ciò che talvolta è stato chiamato l’“eterno femminino”, la femminilità, e
più gli studi psicologici sui bambini si approfondiscono, più si diventa
sensibili e più si vede con evidenza che, davvero, già nel piccolo neonato di
sesso femminile (c’è a questo proposito un libro eccellente che l’italiana Elena
Belotti ha appena scritto, Dalla parte delle bambine) nel quale si
mostra come, già molto prima che il bambino ne sia cosciente, si iscriva nel
suo corpo (nel modo di farlo poppare, di portarlo in braccio, di cullarlo,
eccetera eccetera) ciò che più tardi potrà apparire come un destino.
Jean-Louis
Servan-Schreiber: Le differenze biologiche, che sono evidenti, ritenete che non
svolgano alcun ruolo nel possibile comportamento successivo dell’individuo?
Simone
de Beauvoir: Penso che esse possano avere un ruolo, e in effetti lo hanno
certamente avuto; ma l’importanza che viene loro attribuita, l’importanza che
assumono queste differenze, deriva dal contesto sociale nel quale esse si
collocano. Voglio dire che, naturalmente, è molto importante che una donna
possa essere incinta e avere dei figli, mentre l’uomo non può: questo crea una
grande differenza tra i due; ma non è questa differenza che fonda la differenza
di statuto né la condizione di sfruttamento e di oppressione alla quale la
donna è sottoposta. È, in un certo senso, un pretesto sul quale si costruisce
la condizione femminile, ma non è questo che determina tale condizione.
Jean-Louis
Servan-Schreiber: Ma quando parlate di sfruttamento o di oppressione, ciò
presuppone che vi sia stata una volontà in un certo momento: non si tratta
semplicemente di qualcosa di accidentale. Dunque, potete ricostruire l’origine
di questa volontà? Sul piano storico, come, secondo voi, si manifesta da parte
degli uomini?
Simone de Beauvoir: Risale alla notte dei tempi. Credo che si debba partire dall’idea, come si è detto, che per l’uomo esiste la scarsità: non c’è abbastanza per tutti. Allora i più forti (e c’è stato un momento, nella notte dei tempi, in cui la forza fisica contava enormemente) si sono appropriati dei diritti e del potere, in modo da assicurarsi anche una preminenza economica, grossolanamente per essere coloro che erano sempre sicuri di mangiare. Questo era molto evidente, per esempio, in Cina: in condizioni di grande povertà si lasciava morire, o addirittura si uccideva, una bambina; e si impediva alle donne di partecipare alla produzione, affinché l’uomo avesse davvero tutto nelle proprie mani. È stato sempre così. Non ho il tempo di raccontare qui tutta la storia della donna, ma è del tutto evidente che, di epoca in epoca, c’è sempre stata una volontà degli uomini di impadronirsi del potere. Citerò un solo esempio: nel Medioevo e poi nei secoli successivi, fino al Rinascimento, le donne avevano molto potere come guaritrici; conoscevano una grande quantità di rimedi, di erbe, di medicine “da donne”, talvolta molto efficaci. Ebbene, la medicina è stata loro sottratta dagli uomini. Tutte le persecuzioni contro le streghe si sono fondate essenzialmente su questa volontà maschile di escludere le donne dalla medicina e dal potere che essa conferisce. Successivamente, nel XVIII e nel XIX secolo, furono stabiliti statuti redatti dagli uomini che proibivano rigorosamente, sotto pena di prigione, di multa, eccetera, alle donne di esercitare la professione se non avevano seguito determinate scuole (scuole alle quali, per di più, non venivano nemmeno ammesse). In quel momento, le donne furono relegate al ruolo di donne incinte, al ruolo di infermiere, al ruolo di assistenza, eccetera. Esistono davvero studi interessanti su questo argomento, nei quali si vede come vi sia stata una volontà (dal momento che parlavate di volontà) una volontà degli uomini di strappare la medicina alle donne. Penso che, se si prendessero altri ambiti, si troverebbero esattamente gli stessi processi. Vi è dunque un effetto di volontà; e oggi questa volontà non è forse più quella di conquistare apertamente, ma resta in ogni caso una volontà molto, molto forte di mantenere il potere: si innalzano barriere ovunque, perché le donne cercano di accedere a determinate qualifiche o a certi poteri.
Jean-Louis
Servan-Schreiber: C’è
una frase interessante che colpisce leggendo le vostre memorie: dite che,
scrivendo Il secondo sesso, vi siete accorta, a quarant’anni, di scoprire, mentre lo stavate scrivendo, una situazione che “saltava agli occhi” non
appena la si guardava davvero. Come si spiega allora che voi, intellettuale,
che aveva compiuto studi avanzati fino all’aggregazione, non abbiate percepito
prima dei quarant’anni la condizione femminile così come la descrivete?
Simone
de Beauvoir: Perché avevo vissuto
la mia condizione personale, che era quella di un’intellettuale, e avevo la
fortuna di esercitare una professione nella quale non c’era competizione con
gli uomini, poiché l’insegnamento è aperto tanto alle donne quanto agli uomini.
Avevo avuto compagni di studio alla Sorbona e altrove che, sul piano
intellettuale, si trovavano molto rapidamente in una situazione di piena
uguaglianza; dunque non avevo avvertito questa condizione. Inoltre, non avevo
voluto né sposarmi né avere figli; non conducevo quindi una vita domestica, che
è l’aspetto più opprimente della condizione femminile. Ero sfuggita alle
servitù di questa condizione. Più tardi, quando ho cominciato a riflettere e a
guardare meglio intorno a me, ho visto la verità sulla condizione femminile e
l’ho scoperta in gran parte scrivendo Il secondo sesso.
Jean-Louis Servan-Schreiber: Perché in origine non si trattava di uno studio destinato a trasformare la condizione della donna, ma piuttosto di una ricerca intellettuale in un determinato ambito...
Simone de Beauvoir: Era uno studio teorico, molto più che
un lavoro militante. E sono peraltro molto felice che sia stato poi ripreso dai
militanti, perché oggi questo libro svolge un ruolo militante; ma, al momento,
non era stato affatto concepito in questo modo.
23/01/26
Dal consenso al dissenso: il punto cieco della riforma sulla violenza sessuale
Ho
atteso prima di scrivere. Come sempre ho preferito lasciar sedimentare certe
sensazioni che, a caldo (e come è normale che sia quando alcune questioni ci
toccano da vicino), erano emerse con forza dentro di me e stavano già iniziando
a fuoriuscire. Quindi, ho atteso e ho letto. Sono andata a riprendere la
"Modifica dell'articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza
sessuale e di libera manifestazione del consenso" (le virgolette sono
d'obbligo) di novembre 2025 e poi ho letto la "proposta di testo unificato
dei disegni di legge in titolo (pubblicata in allegato al resoconto della
seduta odierna), che raccoglie le indicazioni e le sollecitazioni emerse nel
dibattito" della Presidente Bongiorno. Togliendo di mezzo i pensieri a
caldo, la mia reazione è stata di disorientamento verso quello che veniva
riportato dal dibattito pubblico e verso la modifica in corso. E da qui il
bisogno di andare un po' più a fondo (per quanto possibile, sempre con l'occhio
da cittadina, sempre tenendo presente che questi temi mi -e ci- riguardano
tutte e tutti) per cercare cosa diceva la modifica e cosa spostava sul piano
etico e morale.
Il
testo di novembre era chiaro: "chiunque compie atti sessuali in assenza
del consenso libero e attuale della persona offesa è punito con la reclusione
da sei a dodici anni (…). Il consenso deve essere libero, attuale e può essere
revocato in qualsiasi momento (...) Il consenso non può ritenersi validamente
prestato quando la persona si trovi in condizioni di inferiorità fisica o
psichica, anche temporanea, o quando sia indotto con violenza, minaccia, abuso
di autorità o inganno". La modifica cambia il punto d'osservazione:
"Chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della
stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti è
punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La volontà contraria all’atto
sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in
cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona
anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità
della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il
proprio dissenso". Introducendo il dissenso è come dire che il corpo è
disponibile finché non si oppone. E qui si riportano al centro le domande su
come il dissenso sia stato espresso, su quanto fosse riconoscibile, come e
quanto avrebbe potuto essere manifestato diversamente. Si ritorna al
comportamento di chi ha subito, di chi è stato sopraffatto, violato. E allora
anche se non si stanno (esplicitamente) cancellando le tutele, non si sta
(esplicitamente) legittimando la violenza, bisogna riconoscere che, senza alcun
dubbio, siamo davvero davanti a un arretramento culturale, sociale e politico e
questo è pericoloso soprattutto in un contesto, come il nostro italiano, ancora
profondamente asimmetrico. Sembra che si voglia creare, di nuovo, una zona
grigia però siamo arrivati a un punto che proprio su questo tavolo si gioca la
parte più importante della discussione che riguarda, lo ripeto, tutte e tutti,
senza distinzione politica o religiosa tanto meno sessuale.
Aggiornamento. Aprile 2026
Nelle ultime ore il dibattito sul disegno di legge in materia di violenza sessuale ha registrato un nuovo passaggio che conferma, più che risolvere, il punto cieco già evidenziato: lo slittamento dal consenso al dissenso non è solo una scelta lessicale, ma un terreno di scontro politico ancora aperto.
Il testo, infatti, risulta al momento impantanato al Senato, dove la proposta di riformulazione promossa dalla senatrice Giulia Bongiorno, centrata sull’idea di “dissenso”, non ha trovato una convergenza né con le opposizioni né con una parte significativa del mondo dei centri antiviolenza. Nel tentativo di sbloccare l’impasse, è stata avanzata l’ipotesi di un comitato ristretto per “scrivere un nuovo testo che provi ad avvicinare le varie posizioni tra maggioranza e opposizione, alla luce degli spunti emersi dalle ultime audizioni e per superare i nodi tecnici e il nodo politico, cioè il principio del consenso a un atto sessuale”. Questo è il segnale evidente di una difficoltà politica che riguarda non solo i contenuti, ma la tenuta stessa dell’impianto normativo.
Il nodo resta esattamente quello già emerso nei mesi scorsi: da un lato, il testo approvato alla Camera che introduceva esplicitamente il “consenso libero e attuale” come criterio centrale; dall’altro, la riformulazione successiva che sposta il baricentro sull’assenza di dissenso, cioè sulla manifestazione di un “no”. Nel passaggio dal consenso al dissenso si produce infatti una torsione giuridica e culturale: il focus non è più sulla presenza attiva di una volontà, ma sulla prova della sua negazione. È uno spostamento che, come già osservato, rischia di ridefinire implicitamente il corpo come spazio di disponibilità fino a prova contraria.
La richiesta, che continua ad essere avanzata da più parti è di tornare a una formulazione centrata sul consenso, anche in coerenza con gli standard internazionali. Nel momento in cui si discute se sia necessario un “sì” o sufficiente un “no”, ciò che resta fuori campo è la questione più radicale ovvero la voce delle donne coinvolte, il loro spazio, le modalità di discussione e di parola, e con quali condizioni di possibilità. E su questo non si può scendere a compromessi.
09/01/26
Simone de Beauvoir attraverso Annie Ernaux
Nel giorno dell’anniversario della nascita di Simone de Beauvoir, scegliere di ricordarla significa anche interrogarsi su ciò che la sua opera e la sua voce hanno prodotto e continuano a produrre nelle vite di altre donne, di altre scrittrici. Ho voluto ricordarla attraverso le parole di Annie Ernaux, che ha più volte riconosciuto in Beauvoir una presenza decisiva, pur senza averla mai incontrata.
Nel
1990, in occasione della pubblicazione del Diario di guerra e delle Lettere a
Sartre (1930–1963), Annie Ernaux assistette con stupore alla violenza delle
reazioni della stampa francese. Molti giornali scelsero il sarcasmo o una
condiscendenza che riduceva Simone de Beauvoir a una figura minore, quasi
domestica, ignorando la natura profonda di quei testi. Solo poche voci colsero
ciò che Ernaux riconobbe immediatamente, ovvero che il Diario e le Lettere non
erano una smentita dell’opera di Beauvoir, ma la sua prosecuzione più coerente,
fedele alla logica di una scrittura di sé come luogo di verità. Fu proprio
questo che, all’epoca, colpì Ernaux: il fatto che Beauvoir continuasse a
disturbare, che anche oltre la morte la sua scrittura restasse irriducibile a
una lettura pacificata, addomesticata. Invece di essere accolti per ciò che
erano, testi dell’immediato, forme di un’altra verità, quegli scritti vennero
usati come “prove a carico”, come se rivelassero una contraddizione tra vita e
pensiero. Per Ernaux accadde l’opposto: Simone de Beauvoir restò fedele alla
sua impresa di svelamento e offrì, ancora una volta, una dimostrazione della
propria libertà.
In
quel contesto, Ernaux accettò di partecipare alla trasmissione Apostrophes di
Bernard Pivot per parlare di quei testi, pur sapendo quanto la televisione
fosse un luogo ostile alla complessità del pensiero. “Ho accettato
immediatamente, nonostante la perdita di tempo rispetto al mio libro, il
ritardo supplementare che questo mi impone. È un dovere per me, una sorta di
omaggio, piuttosto una forma di debito. Senza dubbio non sarei del tutto, senza
di lei, senza l’immagine che è stata per tutta la mia giovinezza e i miei anni
di formazione, ciò che sono. (E il fatto che sia morta otto giorni dopo mia
madre, nell’86, è un segno ulteriore). Ho anche voglia di far passare in questa
trasmissione una certa idea dell’azione della letteratura”.
Scrisse:
“Se cito queste frasi, è perché mi sembrano riassumere, con spontaneità e,
credo, sincerità, il ruolo che Simone de Beauvoir ha avuto nella mia vita e il
senso che ho attribuito all’atto di scrivere. Devo precisare che non ho mai
incontrato Simone de Beauvoir e che non ho mai cercato di farlo: per timidezza,
a causa della distanza (vivevo in provincia) soprattutto perché sono sempre
stata convinta che vedere la persona dello scrittore o dell’artista non
aggiunga nulla di più alla sua opera. Come migliaia di donne, è attraverso i
suoi libri e la sua immagine pubblica di scrittrice impegnata che ho vissuto il
mio rapporto con Simone de Beauvoir”.
Ricordare
oggi Simone de Beauvoir attraverso lo sguardo di Annie Ernaux, la donna e
scrittrice che, più di ogni altra, ha accompagnato la mia vita fino ad ora, e che continuerà a farlo,
indicandomi la strada da seguire, significa riconoscere che la forza delle sue
opere e della sua voce non risiede soltanto nelle idee che ha sostenuto, ma
nella capacità di aver autorizzato altre vite, altre scritture, altre libertà.
È
in questo passaggio, da una donna all’altra, che si misura la sua eredità più
profonda.
















