31/07/26

La dignità al tempo dei social

Da un po' di tempo a questa parte, sto osservando un fenomeno sui social network che è sempre più diffuso e che merita di essere approfondito al di là del giudizio immediato o della semplice condanna morale. Uomini e donne, ragazzi e ragazze, bambini (e, quindi, minori) persone di ogni età e provenienza realizzano video nei quali mettono in mostra il proprio corpo, la propria intimità, le relazioni familiari, le fragilità emotive e, in alcuni casi, situazioni apertamente umilianti. Si espongono allo sguardo pubblico, ricercano attenzione e consenso e sembrano talvolta disposte a oltrepassare limiti che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati associati al pudore, alla riservatezza e al rispetto di sé.




La prima interpretazione che spontaneamente ho pensato è che queste persone abbiano perduto la propria dignità. Eppure, a ben guardare questa lettura rischia di essere insufficiente perché non permette di comprendere come mai il fenomeno sia diventato (e continui a diventare) così esteso, perché coinvolga soggetti tanto diversi tra loro e, soprattutto, quali trasformazioni sociali abbiano reso l’esposizione di sé non soltanto accettabile, ma anche desiderabile e, in alcuni casi, conveniente (pensiamo, ad esempio, quando sono gli stessi genitori ad esporre sui social e spronare i figli minorenni a fare video sfruttando qualsiasi tipo di contenuto e qualsiasi modo di comunicazione).

Mi sono chiesta, quindi, che cosa accade alla dignità quando la visibilità diventa una forma di capitale e la persona deve rendersi osservabile, desiderabile o persino umiliabile per ottenere riconoscimento? 

Per rispondere parto da un presupposto: la dignità, il pudore e la vergogna non sono categorie immutabili, il loro significato cambia nel tempo e varia a seconda delle culture, delle classi sociali e delle forme attraverso cui una comunità stabilisce ciò che può essere mostrato e ciò che, invece, dovrebbe rimanere nascosto. Tradizionalmente, la dignità era associata alla capacità di dominare le proprie emozioni, mantenere una certa compostezza e distinguere con chiarezza la sfera pubblica da quella privata. Essere rispettabili significava anche saper conservare qualcosa di sé lontano dallo sguardo degli altri e la riservatezza costituiva una forma di protezione della persona, mentre l’eccessiva esposizione poteva essere percepita come una minaccia alla reputazione.


Nella cultura digitale, invece, si sta affermando una concezione differente e, oserei dire, contraria. La dignità viene sempre più spesso identificata con la libertà di mostrarsi, con il rifiuto della vergogna e con il diritto di disporre pubblicamente del proprio corpo e della propria vita. Chi si espone può considerare il proprio gesto una forma di autodeterminazione. Può affermare di non avere nulla da nascondere, di non preoccuparsi del giudizio altrui e di essere finalmente libero dai tabù che per secoli hanno disciplinato i comportamenti.


Seppur questa rivendicazione contenga indubbiamente una componente emancipatoria, poiché sappiamo, e la storia ce lo ha insegnato, come il pudore possa essere imposto e la vergogna possa diventare uno strumento di controllo dei corpi, il problema nasce quando questa libertà viene esercitata all’interno di un sistema economico e tecnologico che ricompensa alcune forme di esposizione e ne penalizza altre. Dire che una scelta è volontaria non è sufficiente a stabilire che sia completamente libera, occorre chiedersi quali incentivi la orientino, quali necessità la rendano conveniente e quali conseguenze derivino dalla possibilità di sottrarsi. La cultura digitale, infatti, non obbliga a un certo tipo di rappresentazione di sé, non obbliga, quindi, esplicitamente le persone a mostrarsi, diciamo che le invita, però, a farlo attraverso una promessa costante: maggiore sarà la capacità di attirare lo sguardo, maggiori potranno essere il riconoscimento, le opportunità e anche il guadagno.


La rappresentazione di sé non nasce con i social network. Il sociologo Erving Goffman aveva già descritto la vita quotidiana come una forma di rappresentazione teatrale dove ogni individuo, consapevolmente o meno, interpreta ruoli differenti e cerca di controllare l’impressione prodotta sugli altri. Esiste una scena pubblica, nella quale ci si presenta secondo determinate aspettative, e un retroscena nel quale è possibile sospendere la rappresentazione e sottrarsi temporaneamente allo sguardo altrui.

Le piattaforme digitali hanno esasperato questo meccanismo, dettando condizioni estremamente radicali. E dal momento che il pubblico davanti al quale ci si rappresenta non è più circoscritto ma è potenzialmente infinito, anonimo e imprevedibile, la rappresentazione non si esaurisce nel momento in cui avviene, ma può essere registrata, condivisa e conservata. Soprattutto, la reazione del pubblico viene quantificata attraverso visualizzazioni, condivisioni, commenti, “mi piace” e numero di follower.

Quello che accade in termini di contenuto è che l’individuo non si limita più a presentarsi agli altri, ma produce diverse versioni di se stesso, verifica quale ottenga maggiore successo e arrivo persino a modificare la propria immagine in base alla risposta ricevuta. La novità non consiste quindi nella maschera, che è sempre esistita (basti pensare a Pirandello), ma nella presenza di una macchina capace di misurare continuamente l’efficacia della maschera.


In questo processo la persona impara progressivamente a guardarsi con gli occhi del pubblico e, ancora più precisamente, con quelli dell’algoritmo, andando ad analizzare non tanto cosa voglia comunicare ma quale parte di sé funzioni meglio, quale immagine generi maggiore attenzione e quale comportamento aumenti la possibilità di essere visto (per fare esempi concreti: se mangiare in modo spropositato cibi ultraprocessati porta a centinaia e talvolta migliaia di visualizzazioni, commenti di ogni tipo e reazioni come like e condivisioni, va da sé che la persona in questione, calata dentro questo sistema, continuerà a produrre video di quel tipo e, anzi, aumenterà la quantità di cibo e la performance in sé. Si tratta di quello che, più sotto, ho definito innalzamento continuo della soglia in funzione dell’algoritmo). C’è, in tutto questo, un’interiorizzazione dello spettatore, il che si traduce che anche quando non si è online, si può cominciare a vivere immaginando in anticipo come un’esperienza potrebbe apparire in un video, in una fotografia o in un racconto pubblico. 

All’interno di questo sistema, uno dei cambiamenti più importanti riguarda la trasformazione della visibilità in una vera e propria attività produttiva. La studiosa Crystal Abidin ha parlato di visibility labour, il lavoro della visibilità, per indicare l’insieme di pratiche necessarie a essere notati, a costruire una presenza riconoscibile e a mantenere una relazione costante con il proprio pubblico. Brooke Erin Duffy ha utilizzato, invece, l’espressione aspirational labour per descrivere quel lavoro spesso gratuito o scarsamente retribuito che viene svolto nella speranza che l’esposizione produca in futuro guadagno, prestigio e opportunità professionali (e in questa categoria rientrano anche molte attività che, almeno nel nostro Paese, riguardano gli operatori culturali).


La promessa delle piattaforme è apparentemente democratica: chiunque può diventare visibile. Non sono più necessari un editore, un produttore, una televisione o un’istituzione culturale che autorizzino l’accesso allo spazio pubblico. È sufficiente possedere un telefono e pubblicare un contenuto capace di raggiungere milioni di persone. Questa promessa nasconde tuttavia una forte disuguaglianza. Soltanto una minoranza riesce a trasformare la visibilità in una fonte stabile di reddito, mentre una quantità enorme di persone lavora gratuitamente, producendo contenuti e dati dai quali traggono profitto soprattutto le piattaforme. Ogni fotografia, ogni confessione, ogni esibizione e ogni interazione contribuiscono infatti ad alimentare un’economia fondata sull’attenzione.

Anche chi non si definisce influencer può interiorizzare questa logica. Impara che il corpo può generare visualizzazioni, che la sofferenza può produrre empatia, che la provocazione attira commenti e che l’umiliazione può diventare intrattenimento. La persona è così contemporaneamente autrice, interprete, regista, pubblicitaria e prodotto di se stessa. E questa persona non vende necessariamente un oggetto esterno, può vendere l’accesso alla propria immagine, alla propria casa, alle proprie emozioni, alle relazioni affettive o alle proprie fragilità. Anche quando non riceve un compenso diretto, accumula attenzione, che costituisce la risorsa fondamentale dell’economia digitale.


In questo sistema il corpo non viene soltanto mostrato, viene trasformato in una risorsa dalla quale ricavare valore. La bellezza, la sensualità, la forza fisica, la giovinezza, la conformità ai canoni estetici e perfino la capacità di mettere in scena una presunta imperfezione possono essere convertite in prestigio, appartenenza, relazioni, opportunità professionali e denaro. Il pensiero di Pierre Bourdieu permette di comprendere bene questo passaggio. Accanto al capitale economico esistono forme di capitale culturale, sociale e simbolico che possono essere accumulate e trasformate le une nelle altre. Nella società digitale anche il corpo e la visibilità possono funzionare come capitali. Un corpo considerato desiderabile possiede un valore di partenza maggiore, così come risultano avvantaggiati coloro che dispongono di tempo, competenze tecniche, ambienti gradevoli, abiti, dispositivi e sicurezza economica. Anche la spontaneità, spesso celebrata come prova di autenticità, può richiedere un lavoro considerevole. La fotografia che sembra casuale, il corpo che appare naturalmente perfetto, la confessione che dà l’impressione di essere improvvisata e l’ambiente domestico mostrato come quotidiano possono essere il risultato di una preparazione accurata. Si lavora molto per sembrare spontanei, perché l’autenticità stessa è diventata una forma di valore.


Uno degli effetti più profondi di questa trasformazione riguarda il confine tra pubblico e privato. I social network non si limitano a rendere pubblica una vita intima già esistente, ma modificano il modo stesso in cui l’intimità viene vissuta, costruita e riconosciuta (e su questo basti pensare alle coppie e alle famiglie che sui social mostrano il loro quotidiano). Si condividono emozioni, malattie, traumi, litigi di coppia, tradimenti, gravidanze, separazioni, difficoltà economiche e rapporti familiari. Si filmano bambini, partner, genitori anziani e persone fragili, talvolta senza interrogarsi pienamente sul loro consenso o sulle conseguenze future dell’esposizione. E badate che le emozioni mostrate possono essere davvero autentiche. Una persona può piangere davvero, provare realmente dolore ed essere sinceramente convinta che raccontarlo possa aiutare qualcuno. Tuttavia, nel momento in cui l’emozione viene registrata e destinata alla circolazione, entra anche in un sistema di produzione del valore.


L’intimità diventa una risorsa capace di generare vicinanza. Il pubblico ha l’impressione di conoscere la persona, di partecipare alla sua vita e di accedere a qualcosa di vero. Questa relazione può creare comunità e solidarietà, ma può anche trasformarsi in una forma di consumo dell’esistenza altrui. La conseguenza più radicale è che la persona rischia di non possedere più uno spazio sottratto alla rappresentazione. Ogni esperienza può diventare un contenuto possibile. La nascita di un figlio, la fine di una relazione, un lutto o una crisi psicologica possono essere vissuti contemporaneamente come eventi personali e come occasioni narrative.

Non si vive più soltanto qualcosa che, in un secondo momento, si sceglie di raccontare. Si può arrivare a vivere anticipando la sua futura rappresentazione, come se lo sguardo del pubblico fosse già presente nella stanza.


Un altro aspetto di questo sistema è l’innalzamento continuo della soglia in funzione dell’algoritmo. Le piattaforme non ordinano direttamente alle persone di spogliarsi, provocare, litigare o umiliarsi. Premiano però i contenuti capaci di trattenere l’attenzione: lo stupore, l’eccitazione, il conflitto, l’indignazione, il disgusto, l’imbarazzo e la curiosità esercitano una forte attrazione e aumentano la probabilità che un video venga guardato fino alla fine, commentato e condiviso. Si crea così un meccanismo di apprendimento. Una persona pubblica un contenuto leggermente più provocatorio e riceve maggiore attenzione. Il successo di quel contenuto induce a ripetere l’esperimento. Altri lo imitano e ciò che inizialmente appariva eccessivo diventa progressivamente normale. Per continuare a sorprendere è allora necessario spingersi oltre.

La perdita del limite non avviene generalmente attraverso una decisione improvvisa. È il risultato di una successione di piccoli spostamenti. Un contenuto più intimo ottiene più visualizzazioni, una provocazione genera più commenti, un comportamento estremo viene premiato e la soglia di ciò che si considera accettabile si modifica lentamente.

La piattaforma funziona in questo senso come una macchina di assuefazione. Non impone direttamente un comportamento, ma rende visibili i vantaggi dell’esposizione e i costi dell’invisibilità. Il soggetto apprende quali parti di sé vengono premiate e quali, invece, non producono alcuna risposta.

Il rischio è che l’assenza di attenzione venga percepita non come un semplice insuccesso comunicativo, ma come una forma di irrilevanza personale. Il numero delle visualizzazioni può allora diventare una misura del proprio valore e il silenzio del pubblico essere interpretato come la prova di non esistere socialmente.


Fa parte di questo girone infernale la spettacolarizzazione dell’umiliazione che, tuttavia, non nasce con internet. Le varie civiltà hanno da sempre prodotto rituali e forme di intrattenimento fondati sull’esposizione della caduta, della deformità, della perdita di controllo o dell’infrazione di una norma. Dalla gogna pubblica ai fenomeni da baraccone, dal carnevale al reality show, l’umiliazione ha permesso alla comunità di osservare qualcuno collocato temporaneamente in una posizione inferiore.

Le piattaforme digitali hanno, però, introdotto alcuni elementi nuovi. L’umiliazione può essere continua, riproducibile e accessibile senza limiti geografici. Viene misurata attraverso numeri visibili e può essere trasformata direttamente in una fonte di reddito. Soprattutto, il pubblico non rimane necessariamente passivo. Attraverso i commenti, le sfide, le donazioni e le richieste, gli spettatori possono orientare ciò che accade. Possono incitare la persona a superare un limite, a sottoporsi a una prova più estrema, a rendersi ancora più ridicola o a tollerare una violenza maggiore. Il pubblico diventa così committente dell’umiliazione (l’esempio, purtroppo, dello streamer francese Jean Pormanove, morto dopo dodici giorni costantemente online “caratterizzati da umiliazioni e violenze sollecitate e incentivate dal pubblico in chat in cambio di donazioni”).

La responsabilità, dunque, non appartiene soltanto a chi si espone. Esiste una cooperazione dello sguardo. Chi osserva può credersi estraneo alla degradazione, ma partecipa alla produzione del suo valore. E chi sta al di sopra di tutto questo sistema è, per dirla in termini semplici, l’artefice. 

La domanda da porre non è allora soltanto chi perda dignità nel momento dell’esposizione. Bisogna chiedersi che cosa accada alla dignità collettiva di una società che trasforma la fragilità, il dolore o la degradazione di una persona in una forma ordinaria di intrattenimento.


La questione si complica quando si parla di consenso: la persona ha scelto di registrarsi, ha accettato le condizioni e sembra consapevole di ciò che sta facendo. Tuttavia, na persona può acconsentire formalmente a qualcosa e trovarsi comunque in una situazione di forte dipendenza economica, emotiva o sociale. Può aver bisogno delle visualizzazioni, delle donazioni o dell’approvazione ricevuta. Può temere che interrompere l’esposizione significhi perdere il proprio reddito, il pubblico o l’unica forma di riconoscimento disponibile. Ecco che la libertà di mostrarsi rischia così di diventare l’obbligo di essere visibili.


Per comprendere la globalità di questo fenomeno bisogna anche considerare il contesto materiale in cui si sviluppa. Molte persone vivono una condizione di precarietà economica e professionale. Le tradizionali possibilità di mobilità sociale appaiono ridotte, mentre la celebrità digitale sembra  accessibile a chiunque. Per contro, il successo scolastico o lavorativo che richiede anni, risorse e opportunità che non tutti possiedono, viene visto come un percorso faticoso, non accessibile e quasi denigrabile se paragonato a queste nuove forme di (presunta) crescita sociale. Queste idee, sempre più diffuse anche tra i giovani e giovanissimi, alimenta l’idea che il corpo, la personalità e la propria vita quotidiana costituiscano capitali immediatamente disponibili.

L’esposizione può quindi essere interpretata anche come una strategia di sopravvivenza simbolica. Quando una persona non dispone di capitale economico o culturale, può tentare di investire l’unica risorsa che percepisce come immediatamente disponibile: se stessa.


Inizialmente, l’articolo terminava con questa riflessione: Il problema, allora, non è scegliere tra apparire e scomparire, ma sottrarre la propria presenza alla necessità di diventare spettacolo. La dignità potrebbe ricostruirsi a partire dalla possibilità (e dalla scelta) di mostrarsi senza consegnarsi interamente allo sguardo degli altri.

Non la voglio cancellare, voglio lasciarne traccia. Tuttavia, riflettendo, mi sono chiesta se davvero quella è la risposta a un problema così incarnato nella nostra società e trasversale. A dire il vero non credo e non so come se ne possa uscire. Smantellando il sistema? Ignorando gli algoritmi? Cancellandoli dalle nostre vite?  

Io stessa, non sto, in un modo o nell’altro, alimentando questo sistema proprio scrivendo questo articolo e modificandone i contenuti?


26/07/26

Il lavoro invisibile delle madri. Corpi, desideri e disuguaglianze nella maternità contemporanea

 

Non molto tempo fa, ho visto su Mubi One Day, pellicola del 2018, in cui Zsófia Szilágyi porta sul grande schermo una giornata qualsiasi nella vita di Anna, quarant’anni, insegnante di italiano, moglie, madre di tre figli. La macchina da presa la segue incessantemente, ne accompagna gli spostamenti, mentre sveglia e veste i bambini, prepara la colazione, li porta a scuola, alle attività pomeridiane, risponde al telefono, riempie e svuota la lavastoviglie, raccoglie ciò che gli altri hanno lasciato in disordine, controlla, anticipa ritardi, dimenticanze e possibili contrattempi. Intorno a lei si sovrappongono il pianto dei figli, gli elettrodomestici in funzione, le notifiche del cellulare, le domande e le richieste che si susseguono senza tregua. Nell’ordinarietà di questa vita il film si fa sconvolgente, perché Szilágyi porta in primo piano ciò che solitamente rimane fuori dall’inquadratura: il lavoro invisibile attraverso cui una donna tiene insieme tempi, corpi, bisogni ed emozioni, un lavoro fatto di gesti ripetuti, immediatamente assorbiti dalla necessità di compierne altri. Alle responsabilità della casa si intrecciano, infatti, quelle del lavoro retribuito, in un flusso che Anna non può mai realmente interrompere. Il film racconta con lucida attualità la maternità contemporanea attraversata da una solitudine difficile da riconoscere proprio perché non ha necessariamente il volto drammatico dell’abbandono o dell’isolamento, spesso si nasconde dentro la normalità e assume la fisionomia, comune e socialmente apprezzata, dell’efficienza.





Per una serie di coincidenze, o forse perché le mie ricerche finiscono spesso per incontrarsi e intrecciarsi, di recente mi sono imbattuta nell’articolo di Tiziana de Rogatis, Una formidabile solitudine, pubblicato una decina d’anni fa in occasione della mostra milanese La Grande Madre. Donne, maternità e potere nell’arte e nella cultura visiva, 1900-2015. Un terreno comune unisce il film all’articolo: la riflessione di de Rogatis si sviluppa partendo dalle molteplici rappresentazioni del materno riunite nella mostra per individuare la solitudine della madre, tanto evidente quanto difficile da riconoscere. La madre appare tenera, potente, sensuale, disperata, malinconica o mostruosa, ma raramente è rappresentata all’interno di una relazione di reciprocità. Mancano il padre, la coppia, la condivisione e soprattutto un altrove del desiderio che le permetta di non coincidere interamente con la propria funzione materna. La madre diventa valore assoluto, presenza totalizzante, principio dal quale sembrano dipendere la vita fisica e l’equilibrio psichico dei figli. La sua presunta onnipotenza è, però, anche il rovescio della sua solitudine: più la responsabilità della cura viene concentrata sulla madre, più la madre viene considerata responsabile di ciò che accade alle persone che ha generato e cresciuto.


È questa, mi sembra, una chiave per guardare alla maternità di oggi. Alla madre contemporanea viene attribuita una responsabilità smisurata per la salute, l’equilibrio e il futuro dei figli, senza che a tale responsabilità corrispondano necessariamente più tempo, libertà, risorse o una reale condivisione della cura. È qui che prende forma lo stigma della “madre perfetta”: non più soltanto la figura sacrificale del passato, interamente votata alla famiglia, ma una donna chiamata a essere presente senza essere soffocante, informata, paziente, attenta e capace di favorire l’autonomia dei figli. Nello stesso tempo deve lavorare, difendere la propria indipendenza economica, non rallentare la carriera, coltivare la relazione di coppia e continuare a riconoscersi al di fuori del ruolo materno. Le si chiede, in sostanza, di lavorare come se non fosse madre e di essere madre come se non lavorasse.


Quando ALEDIS – Il Merito al Femminile (associazione bergamasca fondata da Angelica Agosta e impegnata a rendere visibili e misurabili i fattori che alimentano le disuguaglianze di genere, con particolare attenzione al rapporto tra lavoro, riconoscimento del merito e natalità) mi ha invitata a intervenire alla presentazione del Position Paper Natalità 2026, la domanda che mi è stata posta ha toccato insieme la mia condizione umana, la mia esperienza di madre, e uno dei nuclei centrali della mia ricerca e della mia scrittura, che dalla vita e dalla sua dimensione corporea prendono sempre avvio: il rapporto tra il corpo delle donne, la loro esperienza concreta, il lavoro e le forme sociali attraverso cui quell’esperienza viene interpretata e raccontata. I dati raccolti dall’Osservatorio Natalità ALEDIS restituiscono infatti una contraddizione che attraversa la vita di molte donne. Negli ultimi decenni sono cresciuti l’accesso all’istruzione, la presenza nel mondo del lavoro, l’autonomia economica e la possibilità di immaginarsi al di fuori del solo destino materno e coniugale. A questo cambiamento, però, non è corrisposta una trasformazione altrettanto profonda nell’organizzazione della cura, del lavoro domestico e dei tempi di vita. Si è prodotta così un’emancipazione femminile per addizione: le donne sono entrate in nuovi spazi, ma hanno continuato a sostenere gran parte delle responsabilità precedenti. Al lavoro retribuito si sono sommati quello domestico, quello emotivo, la gestione della famiglia e il peso invisibile di ciò che deve essere previsto, ricordato e organizzato. Proprio nella fascia compresa tra i ventisette e i quarantatré anni, richiamata dall’Osservatorio, tendono a concentrarsi e a sovrapporsi la costruzione della carriera, la possibile maternità, la cura dei figli piccoli, l’organizzazione familiare. È il momento della vita in cui il tempo sembra restringersi e le scelte professionali, affettive e familiari smettono di procedere separatamente, entrando spesso in conflitto tra loro.


È precisamente ciò che, da alcuni anni, la letteratura, la scrittura autobiografica e il cinema stanno facendo con sempre maggiore radicalità: raccontare che cosa accade alle donne quando scelgono di diventare madri senza rinunciare alla propria identità, al lavoro, alle aspirazioni e al desiderio. Il cinema e la letteratura compiono così un primo gesto: fanno emergere ciò che è stato confinato nell’intimità e trasformano un’esperienza vissuta come privata in una materia condivisa. Naturalmente, come ho sottolineato durante il convegno, la letteratura, la scrittura autobiografica e il cinema non possono, da soli, risolvere il problema degli asili mancanti, né correggere una discriminazione sul lavoro. Possono però affiancare il discorso economico, sociale e politico, compiendo un gesto preliminare e decisivo: trasformare un’esperienza vissuta in solitudine, e spesso interpretata come una colpa personale, in una condizione riconoscibile, condivisibile e politicamente leggibile. Le narrazioni che attraversano la maternità nella sua complessità svolgono, in questo senso, più di una funzione. Innanzitutto, sottraggono l’esperienza materna all’obbligo della coerenza e della perfezione. Ricordano che una donna può amare i propri figli e sentirsi stanca, desiderare la maternità e temerne le conseguenze, riconoscersi nel legame e, nello stesso tempo, avvertire il bisogno di uno spazio che le appartenga. Inoltre, spezzano la solitudine. Quando un’esperienza trova le parole, smette di apparire come un’anomalia individuale. Il disagio privato può allora essere riconosciuto come qualcosa che riguarda molte donne e che affonda le proprie radici in un sentire comune. La scrittura compie poi un altro passaggio: restituisce il perimetro sociale dell’esperienza. Mostra che dietro una crisi apparentemente privata possono esserci una divisione diseguale della cura, l’assenza di servizi, un ambiente professionale incapace di accogliere le trasformazioni della vita, la precarietà, l’isolamento o un modello di maternità talmente esigente da risultare irrealizzabile.

Le storie ci raccontano come una struttura sociale viene vissuta dall’interno, quali tracce lascia sul corpo, sul tempo e sul desiderio. I dati mostrano quanto quell’esperienza sia diffusa e quali meccanismi contribuiscano a produrla. Le storie rompono il silenzio; i dati impediscono che ciò che emerge venga liquidato come un insieme di casi isolati. È qui che il lavoro di ALEDIS compie il passaggio successivo e necessario: raccoglie e organizza le esperienze, le mette in relazione con la ricerca e le traduce in proposte rivolte alle imprese e alle istituzioni. Così facendo contribuisce a trasformare quella visibilità in servizi, pratiche professionali e soluzioni attuabili, sottraendo la maternità all’idea di una prova individuale che ogni donna dovrebbe riuscire a superare contando esclusivamente sulle proprie forze.


In Una donna, Annie Ernaux scrive: “Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, rimetterla al mondo”. Credo che sia il momento di andare in questa direzione: rimettere al mondo le madri, restituendole alla verità complessa della loro esperienza, rimetterle al mondo come donne intere, con i loro desideri, le fatiche, le ambivalenze, le paure e le aspirazioni.

 

 

 

02/07/26

Questo mio corpo finalista al Premio Letterario Nazionale Forum Traiani

Questo mio corpo è stato selezionato tra i cinque finalisti della sezione Narrativa della V edizione del Premio Letterario Nazionale Forum Traiani.



Un riconoscimento che, indipendentemente da come andrà la finale, mi rende particolarmente felice e che accompagna il viaggio di un libro per me profondamente importante, nato attorno al corpo, alla memoria e alla necessità di trovare le parole per raccontare ciò che, troppo spesso, rimane ai margini del discorso.


Ogni riconoscimento ricevuto da questo libro continua a riportarmi al punto da cui tutto è cominciato: alla convinzione che raccontare il corpo significhi anche e soprattutto interrogare la memoria, le relazioni, le ferite e le forme attraverso cui costruiamo la nostra identità.


30/06/26

Questo mio corpo riceve la Menzione Speciale di Amnesty International

Questo mio corpo ha ricevuto la Menzione Speciale 2026 di Amnesty International Italia nell'ambito della XII edizione del Premio Letterario Città di Lugnano in Teverina. Un riconoscimento che mi emoziona profondamente e che tocca il cuore stesso del libro: il corpo come luogo di consapevolezza, libertà e autodeterminazione, ma anche come spazio nel quale si inscrivono le relazioni, le ferite e la possibilità di trovare una voce.


Riporto, per esteso la motivazione di Amnesty International: «L’opera riporta al centro la necessità di riconoscere il controllo sul proprio corpo come diritto fondamentale, partendo dalla consapevolezza di sé e arrivando alla forza di rivendicarlo nelle relazioni con le altre persone. In un momento in cui le conquiste contro la discriminazione vengono messe in discussione, in cui l’attacco ai diritti umani e ai diritti delle donne è globale, libri come questo ci aiutano e ricordare di cosa parliamo quando affrontiamo questi temi: della vita, della felicità e del godimento dei propri diritti da parte di milioni di persone. Come nella citazione iniziale di Annie Ernaux, quello che conta di più è come si accoglie, si comprende e si reagisce a un evento. Non rimanere indifferenti a violenza e soprusi chiama in causa tutte e tutti noi. Grazie a Sara Durantini per aver raccontato e grazie alle persone che non rimangono in silenzio».



Ricevere questo riconoscimento da Amnesty International ha significato, per me, vedere riconosciuto il senso più profondo da cui è nato il libro: raccontare il corpo per sottrarlo al silenzio e restituirgli voce. E ha significato soprattutto pensare, oggi più che mai, a tutte le donne che continuano a subire violenza, soprusi e forme di controllo sul proprio corpo e sulla propria vita; a quelle che hanno trovato la forza e la possibilità di parlare, ma anche a quelle che una voce ancora non riescono ad averla. Perché nessuna libertà può dirsi pienamente conquistata finché il corpo e la vita di una donna possono ancora essere considerati territorio di dominio, di possesso e di sopraffazione.


13/06/26

E' morta Luisa Muraro, tra le voci italiane più importanti del femminismo e della filosofia

Apprendo ora. Le sue parole, che tante volte ho sentito mie, mi hanno accompagnata a lungo e continueranno a farlo.





12/06/26

La cultura fa sciopero: 12 giugno

Oggi il mondo della cultura sciopera e fa bene. A scioperare sono lavoratrici e lavoratori di musei, biblioteche, archivi, teatri e istituzioni culturali che denunciano salari insufficienti, precarietà e condizioni di lavoro non all'altezza delle competenze richieste.

 

Ma il senso di uno sciopero (e qui mi rivolgo alle sigle sindacali) sta nella sua capacità di inserirsi in una riflessione più ampia e continuativa sullo stato della cultura nel nostro Paese.




 

L’impoverimento a cui assistiamo da anni (e sottolineo da anni) non è soltanto il risultato dei tagli e del progressivo disinvestimento pubblico. Esistono anche responsabilità interne che troppo spesso restano nell’ombra: sistemi di cooptazione, lavoro gratuito o sottopagato considerato normale, opportunità distribuite secondo logiche di appartenenza più che di merito, per non parlare di una fetta di lavoratrici e lavoratori culturali totalmente invisibili e di disparità retributive. Una precarietà che viene tollerata quando non addirittura alimentata dagli stessi ambienti culturali.

 

È difficile rivendicare dignità per il lavoro culturale se si continua, al tempo stesso, a legittimare pratiche che quella dignità la consumano quotidianamente.

 

Per questo lo sciopero di oggi è importante. Non solo perché richiama l'attenzione sulle responsabilità delle istituzioni, ma perché dovrebbe aprire una discussione più profonda, e forse più scomoda, sul modo in cui il mondo della cultura organizza sé stesso, distribuisce risorse, riconoscimento e possibilità di accesso. Senza questa riflessione, il rischio è che la denuncia resti parziale.


04/06/26

Se ne va Marjane Satrapi. Con Persepolis ha dato voce alle donne iraniane

È morta Marjane Satrapi.

E il minimo che possa fare, e per quello che può valere, è scrivere queste poche righe. Non pensare alla forma, almeno per una volta. Lasciarmi andare al ricordo che ho di lei, la prima lettura di Persepolis. È stato nell’inverno (o forse era autunno) del 2005. L’edizione di Sperling & Kupfer mi venne regalata. Non sapevo quasi nulla dell'Iran, se non ciò che arrivava dai telegiornali: proteste, tensioni politiche, immagini di un paese che appariva lontanissimo e incomprensibile. E sapevo ancora meno delle donne iraniane, della complessità delle loro vite, delle libertà conquistate e perdute, delle forme quotidiane di resistenza che attraversavano la società.



Con Persepolis mi si aprì una porta. Attraverso le parole e i disegni di Marjane Satrapi scoprii che dietro le immagini stereotipate dell’Iran esistevano persone che ascoltavano musica, leggevano libri, litigavano con i genitori, si innamoravano, desideravano libertà. Scoprii che la rivoluzione, la guerra, la repressione non erano soltanto eventi storici ma esperienze vissute da corpi concreti, da famiglie concrete. Scoprii soprattutto che una donna poteva raccontare il proprio paese senza trasformarlo né in un simbolo né in una vittima, ma restituendogli tutta la sua complessità, che è esattamente quello che ha fatto Satrapi. Per me, che avevo poco più di vent’anni, fu una rivelazione e non mi riferisco all'aspetto letterario, parlo soprattutto di quello umano. Con lei scoprii la sua storia e quella di un intero Paese. Scoprii una bambina cresciuta durante la rivoluzione islamica, che aveva attraversato la guerra, l’esilio, che era ritornata nel proprio paese e con difficoltà si era appropriata di sé stessa. Attraverso il suo racconto scoprii anche la realtà iraniana, le contraddizioni della Repubblica islamica, le restrizioni imposte alle donne ma anche le forme quotidiane di resistenza, di desiderio e di libertà che continuavano a esistere. E proprio così scoprii che una ragazza nata e cresciuta a migliaia di chilometri poteva interrogarsi sulle stesse cose sulle quali io mi interrogavo: il rapporto con la famiglia, il desiderio di libertà, il corpo, l'appartenenza, il bisogno di trovare una voce propria. E scoprii anche che, pur nelle differenze culturali, enormi, vi era una qualche forma di riconoscimento.

Molti anni dopo, seguendo il filo che Satrapi aveva lasciato nelle mie mani, arrivai a un’altra artista iraniana che avrebbe significato molto per me: Shirin Neshat. Anche lì ritrovai la stessa domanda sulla libertà, sul corpo femminile, sull'esilio, sull'identità.

E questo è stato uno dei doni più grandi di Marjane Satrapi: raccontare per svelare, dare un altro punto di vista e costruire (per me e per noi tutti) un nuovo punto di osservazione e così condurmi (e condurci) verso l'altrove.


05/05/26

Hélène Cixous e Il riso della Medusa. La Sapienza ospita la tavola rotonda con la filosofa femminista

Domani, mercoledì 6 maggio, presso l'Università La Sapienza di Roma in Aula VI (non in XIII come da locandina), dalle 12.00 alle 14.00 si terrà la tavola rotonda con la celebre filosofa francese Hélène Cixous, intorno alla recente pubblicazione dell'edizione italiana del suo Il Riso della Medusa. Manifesto Femminista. Con l'Autrice discuteranno Orietta Ombrosi (Sapienza Università di Roma) la traduttrice Francesca Maffioli (Paris VIII-LEGS) e Natascia Mattucci (Università di Macerata). 




01/05/26

Immaginaria XXI. Torna a Roma il Festival internazionale del cinema lesbico e femminista

Dal cuore culturale di Roma torna uno degli appuntamenti più significativi del panorama cinematografico indipendente: Immaginaria International Film Festival of Lesbians & Other Rebellious Women, giunto alla sua XXI edizione. Organizzato dall’Associazione Culturale Visibilia, il festival si svolgerà dall'8 al 10 maggio presso il Cinema Nuovo Sacher, storico spazio dedicato al cinema d’autore fondato da Nanni Moretti.



Immaginaria non è, prima di tutto, un progetto culturale e politico che da oltre vent’anni promuove visioni alternative, narrazioni queer e prospettive femministe provenienti da tutto il mondo. Nato per dare spazio a opere spesso escluse dai circuiti mainstream, il festival continua a essere un punto di riferimento per registe, autrici e artiste che raccontano identità, corpi e desideri fuori dalle norme dominanti. In un contesto globale in cui i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+ sono ancora oggetto di dibattito e, in molti casi, di regressione, Immaginaria si conferma come uno spazio di resistenza culturale e di confronto.


Il tema dell’edizione 2026, “The Power of Love”, propone l’amore come forza trasformativa e politica capace di opporsi alle strutture patriarcali e alle disuguaglianze contemporanee. La XXI edizione si sviluppa in tre giornate intense con un programma articolato tra lungometraggi, documentari e cortometraggi, molti dei quali presentati in anteprima italiana ed è dedicato a Edda Billi (1933–2026), figura centrale del movimento femminista e lesbico italiano, ricordata per il suo impegno politico e culturale lungo oltre cinquant’anni. E ad accompagnare questa edizione, la presenza della testimonial Federica Rosellini, artista multidisciplinare tra le voci più radicali e innovative della scena contemporanea.


Il festival prende il via venerdì 8 maggio con una serata inaugurale alle ore 20:00, seguita dalla proiezione evento di When Night is Falling (1995) di Patricia Rozema, presentato per la prima volta in Italia nella sua versione restaurata in 4K. Un film simbolo del cinema indipendente queer, che esplora il desiderio e le relazioni tra donne con uno sguardo pionieristico. Tra i momenti più attesi del programma spicca la prima italiana del documentario A Culinary Uprising: The Story of Bloodroot, con la presenza della regista e del team creativo, a testimoniare il legame tra cinema e attivismo femminista internazionale. Tra gli appuntamenti mi preme ricordare la proiezione di Hot Milk, film del 2025, scritto e diretto da Rebecca Lenkiewicz, adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Deborah Levy, The Queen of My Dreams scritto e diretto da Fawzia Mirza, Le prime volte di Giulia Cosentino e Perla Sardella, film del 2025, in cui le registe rievocano l’adolescenza di Emilia e Caterina negli anni Cinquanta, restituendo la prospettiva del desiderio femminile, e i due documentari Sally e Remanence. 


Per info complete su programma e sostegno https://www.immaginariaff.it/


26/04/26

Alba De Céspedes. Lettera a Natalia Ginzburg

Questa lettera è stata scritta da Alba De Céspedes a Natalia Ginzburg in seguito a uno scritto di quest'ultima dedicato alle donne e alla loro agognata libertà comparso sulla rivista “Mercurio”, diretta dalla stessa de Céspedes. L'articolo si intitolava "Discorso sulle donne" (che, a pensarci ora, mi ricorda, per assonanze e intenti, "Sulle donne" di Susan Sontag) e riguarda la malinconia che alcune volte colpisce le donne facendole cadere "nel pozzo". 

Trovo la risposta di Alba De Céspedes talmente accorata, vera, intensa, strabordante di quei sentimenti così puri ma privi di qualsiasi pietismo che solo una donna e scrittrice come lei potevano partorire in risposta a un'altra grandissima donna e scrittrice come Natalia Ginzburg.



Mia carissima, voglio scriverti due parole appena finito di leggere il tuo articolo. E’ così bello e sincero che ogni donna, specchiandosi in esso, sente i brividi gelati nella schiena. Tuttavia, per un momento, avevo pensato di non pubblicarlo, temendo di commettere un’indiscrezione verso le donne nel rivelare questo loro segreto. Inoltre pensavo che gli uomini lo avrebbero letto distrattamente, o con la loro vena d’ironia, senza intuire l’accorata disperazione e il disperato vigore che è nelle tue parole, e avrebbero avuto una ragione di più per non capire le donne e spengerle ancora più spesso nel pozzo. Ma poi ho pensato che gli uomini dovrebbero infine tentare di capire tutti i problemi delle donne; come noi, da secoli, siamo sempre disposte a cercare di capire il loro. Ti dirò che nel pubblicare il tuo “discorso” ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo.

Ma – al contrario di te- io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini- i quali non cadono mai nel pozzo- non comprenderanno mai.

Nel pozzo sono pure le più dolorose e sublimi verità dell’amore, anzi, sono nel fondo più profondo di ogni pozzo, ma le donne, tutte le donne delle quali tu parli, vi crollano dentro così pesantemente da riuscire a toccarle. E noi siamo spesso infelici in amore appunto perché vorremmo trovare un uomo che anche lui cadesse qualche volta nel pozzo e, tornando su, sapesse quello che noi sappiamo. Questo è impossibile, vero, cara Natalia?, e perciò è impossibile per noi veramente essere felici in amore. Ma quando si cade nel pozzo si sa anche che essere felici non è poi molto importante: è importante sapere tutto quello che si sa quando si viene su dal pozzo.

Del resto- tu non lo dici ma certo lo pensi- sono sempre gli uomini a spingerci nel pozzo; magari senza volerlo. Ti è mai accaduto di cadere nel pozzo a causa di una donna? Escludi naturalmente le donne che potrebbero farci soffrire a causa di un uomo, e vedrai che, se vuoi essere sincera, devi rispondere di no. Le donne possono farci cadere nell’ira, nella cattiveria, nell’invidia, ma non potranno mai farci cadere nel pozzo. Anzi, poiché quando siamo nel pozzo noi accogliamo tutta la sofferenza, che è fatta, prevalentemente, dalla sofferenza delle donne, siamo benevole con loro, comprensive, affettuose. Ogni donna è pronta ad accogliere e consolare un’altra donna che è caduta nel pozzo: anche se è una nemica. E gli uomini non solo ignorano l’esistenza di questi pozzi, e tutto ciò che si impara quando si cade in essi, ma ignorano anche d’esser proprio loro a spingervi le donne con tanta spietata innocenza.

Vedi, cara Natalia, proprio a proposito di questi pozzi io ho tanto insistito perché Maria Bassino, uno dei maggiori penalisti italiani, difendesse il diritto delle donne ad essere magistrati. Perché spesso è proprio nel fondo del pozzo che le donne uccidono, rubano, compiono insomma tutti quei gesti che le umiliano, soprattutto perché sono contrari al naturale rispetto che ogni donna deve a se stessa.

Anche i magistrati ignorano tutto ciò, perché i magistrati – appunto- sono uomini. E non giusto che le donne siano giudicate soltanto da chi non conosce come esse sono veramente, e perché agiscano in un modo piuttosto che in un altro, mentre gli uomini sono sempre giudicati da coloro che, per essere della loro stessa natura, sono i più adatti ad intenderli.

Chi scende nel pozzo conosce la pietà. E come si può vivere, agire, governare con giustizia senza conoscere la pietà?

Tu dici che le donne non sono esseri liberi : e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese. Che si forma fra le donne anche sconosciute l’una all’altra. Del resto essere liberi dal dolore, dalla miseria umana, è veramente un privilegio? La superiorità per una donna è proprio nella possibilità di finire su una panchina, come tu dici, in un giardino pubblico, anche se è ricca, anche se scrive o dipinge, anche se ha occhi belli, gambe belle, bocca bellissima. Anche se ha vent’anni. Perché neppure la gioventù dà alla donna la sicurezza che tanto spesso possiedono gli uomini, e che è solo ignoranza della reale condizione umana.

Scusa, mia cara, questa lunga lettera. Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E, tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente onesta, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che esse trovano in loro.

E di questo non posso parlarti oggi perché mi trovo- come spesso- nel pozzo.

Ti abbraccio, cara.

Alba de Cèspedes


13/04/26

Torino, “Donne e scrittura”. Due giorni dedicati alla scrittura femminile tra Italia e Francia

 Il 15 e 16 aprile 2026 l'Università di Torino ospita il convegno internazionale “Donne e scrittura”, un appuntamento che riunisce studiose e studiosi per riflettere sul ruolo delle autrici del XX e XXI secolo nei contesti letterari italiano e francese. Le sedi dell’iniziativa saranno Palazzo Nuovo e il Complesso Aldo Moro, luoghi simbolo della vita accademica torinese.



L’evento nasce con l’obiettivo di promuovere un confronto critico e interdisciplinare sulla scrittura femminile contemporanea, mettendo in evidenza il contributo delle donne alla trasformazione dei linguaggi letterari, dei generi e dei canoni culturali. Negli ultimi decenni, infatti, la produzione letteraria femminile ha acquisito una centralità crescente nel panorama culturale europeo, ridefinendo prospettive e metodologie di analisi.


In questo contesto, il convegno si propone anche come occasione per valorizzare autrici a lungo marginalizzate e per favorire la costruzione di nuovi strumenti critici capaci di riconoscere il loro impatto nella letteratura contemporanea.


Il programma si articola in sessioni tematiche, panel paralleli e tavole rotonde che vedranno la partecipazione di esperte ed esperti provenienti da università italiane e internazionali. Tra i principali temi affrontati figurano il rapporto tra scrittura e genere nel Novecento, le connessioni tra letteratura e femminismo, le poetiche del corpo e la rappresentazione dell’identità, così come le pratiche di autorappresentazione e scrittura autobiografica. Spazio anche all’editoria contemporanea e alla riscoperta delle autrici, oltre che alle estetiche queer e alle nuove forme narrative.


Le due giornate offriranno momenti di dialogo tra ambiti disciplinari diversi, confermando il carattere aperto e multidisciplinare dell’iniziativa.


Il convegno si inserisce inoltre nell’ambito di un progetto insignito del Label scientifico 2025 dell’Università Italo Francese, a sottolineare la rilevanza internazionale dell’iniziativa e il suo contributo al rafforzamento della cooperazione accademica tra Italia e Francia.


07/04/26

Quando Pina Bausch riscrisse Barbablù e il teatro danza

Nel 1977, attraverso il Tanztheater Wuppertal, Barbe-Bleue rappresentò una frattura netta con le convenzioni del balletto narrativo e un punto di svolta nella storia del teatro danza europeo. Pina Bausch prese il racconto archetipico (al centro l’uomo che uccideva le proprie mogli) e lo trasformò in un dispositivo scenico ossessivo, disturbante, ma profondamente contemporaneo.



La narrazione, giocata su un meccanismo di ripetizione, si interfacciava con la musica (quest'ultima tratta dall’opera di Béla Bartók) la quale si interrompeva continuamente e si riavvolgeva per mano di Barbablù stesso, come se il tempo fosse rimasto prigioniero della sua volontà. Questo gesto, semplice e brutale, divenne il cuore simbolico dell’opera: il controllo, la manipolazione, la reiterazione della violenza.


Come la musica, anche i corpi dei danzatori vennero attraversati da impulsi contraddittori: desiderio e paura, attrazione e repulsione. Le donne trascinate, esposte, respinte, mentre gli uomini oscillavano tra il dominio e la fragilità. Il risultato fu una coreografia costituita da frammenti emotivi, in cui ogni gesto sembrava nascere da un’urgenza reale, quasi autobiografica.


La scena era spoglia, ma carica di tensione. Non vi furono elementi decorativi superflui, tutto risultò funzionale a creare un ambiente claustrofobico, in cui lo spettatore era costretto a confrontarsi con dinamiche relazionali scomode e spesso disturbanti. Bausch non cercò mai di camuffare la violenza, al contrario la espose continuamente nella sua banalità e ripetitività quotidiana, rendendola ancora più inquietante.


Uno degli aspetti più radicali di Barbe-Bleue di Pina Bausch fu proprio questa ripetizione delle azioni, anche le più crudeli, un loop emotivo, in cui i personaggi erano incapaci di uscire dai propri schemi relazionali (e in questo senso, l’opera anticipò molte riflessioni contemporanee sulle dinamiche di potere, sulle relazioni tossiche, sul consenso sessuale).


A quasi cinquant’anni dalla sua creazione, Barbe-Bleue rimane un lavoro dirompente. Non solo per il suo contenuto, ma per il linguaggio che ha introdotto: un teatro danza che non voleva separare la scena dalla realtà, ma smontare, reinterpretare e poi ricostruire la fiaba in chiave moderna. Una fiaba che continua a risuonare e a parlarci con forza senza offrire risposte consolatorie.

05/04/26

Cos’è lo scrivere? da Urgimi addosso di Roberto Uberti

Cos’è lo scrivere?

È l’arredare stanze di un edificio che ancora

non esiste. È il farsi carico

di un orizzonte muto – sviluppare

lunghe nenie interne mai interrotte.


È il ripercorrere le prospettive lunghe

di un corridoio dalle porte uguali

per individuare una segreta

liturgia da dire.


È forse l’esistere

profondo di una sembianza nuda,

come una polverina per il mal di testa

dentro un bicchiere pieno di sussurri.




23/03/26

Anaïs Nin. Sulla scrittura

Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un'atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita. Questa, credo, è la ragione di ogni opera d'arte.


Anaïs Nin




19/03/26

Michelle Perrot, histoire d’une femme. L' incontro con la pioniera della storia delle donne

La Maison de Colette ospita un appuntamento di grande rilievo culturale dedicato a Michelle Perrot, tra le più importanti storiche contemporanee e pioniera nello studio della storia delle donne.


L’evento, intitolato “Michelle Perrot, histoire d’une femme”, che si terrà l'11 aprile, si configura come un momento di riflessione e dialogo attorno al percorso umano e intellettuale di una protagonista assoluta del pensiero femminista europeo.



Storica francese di fama internazionale, Michelle Perrot ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo della storia sociale e degli studi di genere, aprendo nuovi orizzonti di ricerca già a partire dagli anni Settanta. Durante l’incontro, il pubblico verrà accompagnato in un racconto biografico e intellettuale che ripercorre la sua formazione, le influenze culturali, le tappe fondamentali della sua carriera e la sua progressiva adesione al femminismo, offrendo una lettura profonda del ruolo delle donne nella storia e nella società contemporanea.


L’evento si articolerà in più momenti, pensati per offrire un’esperienza completa e coinvolgente: la proiezione del documentario “Michelle Perrot, dans l’intimité des chambres” (2025), un incontro-conversazione con la storica e letture di testi interpretate dall’attrice Sabine Haudepin.

Il dialogo affronterà figure centrali della storia e della cultura, come George Sand e Simone de Beauvoir, offrendo uno sguardo che intreccia passato e presente e mettendo in luce il percorso dell’emancipazione femminile. Oltre alla dimensione storica, l’incontro si aprirà anche a una riflessione sui temi più attuali, dalle conquiste del femminismo alle trasformazioni sociali in corso, fino alle sfide ancora aperte.


Un evento unico e di rilievo per approfondire temi di grande attualità attraverso uno sguardo storico e critico, in un contesto suggestivo e ricco di memoria come quello della Maison de Colette.

15/03/26

Gerda Wegener

 Il Centre Pompidou omaggia Gerda Wegener in occasione dei 140 anni dalla sua nascita (15 marzo 1886 – 28 luglio 1940). La sua opera, incentrata principalmente su figure femminili, riflette un'immagine raffinata della donna parigina. Spesso ritrasse la moglie e modella Lili Elbe, che sostenne nel suo percorso di transizione. Ispirandosi alla sua storia, il regista Tom Hooper ha diretto, nel 2025, il film The Danish Girl.



03/03/26

Il pensiero della differenza sessuale

 Un libro per ripensare il rapporto tra filosofia, libertà e esperienza




Il pensiero della differenza sessuale, pubblicato da Mimesis nella collana Lo scandalo della differenza, raccoglie una delle riflessioni più significative nate all’interno della comunità filosofica Diotima. Il volume propone di ripensare la differenza tra i sessi non come semplice dato biologico o categoria sociale, ma come esperienza viva e relazionale, capace di aprire nuove prospettive sul soggetto, sul linguaggio e sulla libertà.


Contro una lunga tradizione filosofica che ha spesso ridotto la differenza a gerarchia o stereotipo, le autrici e filosofe mostrano come il riconoscimento della differenza possa diventare una condizione originaria dell’esperienza umana. Essere donna o uomo non è allora un’identità rigida e immobile, ma un processo che prende forma nel rapporto tra il corpo, il pensiero e la parola.


Il libro intreccia teoria e pratica politica, offrendo uno sguardo che attraversa filosofia, femminismo e vita concreta. La riflessione della comunità Diotima restituisce così la forza di un pensiero capace di interrogare il presente e di aprire nuove possibilità di relazione, conoscenza e libertà.


Questa edizione riporta all’attenzione un testo che continua a parlare al nostro tempo, mostrando come il pensiero della differenza non sia soltanto una proposta teorica, ma anche una pratica viva di trasformazione del modo in cui abitiamo il mondo.


20/02/26

Come si cancella la scrittura delle donne

Nel 2025 è apparsa in Francia, con il titolo Comment torpiller l’écriture des femmes, la traduzione di un libro che, fin dalla sua uscita negli Stati Uniti nel 1983, è diventato un classico della critica femminista: How to Suppress Women’s Writing di Joanna Russ. L’edizione francese ha riportato al centro del dibattito europeo un testo che conserva intatta la sua forza polemica e la sua sorprendente attualità.



 


Il titolo, già nell’originale inglese, suona come un manuale: “come sopprimere la scrittura delle donne”. Russ adotta infatti una strategia ironica e spiazzante: finge di offrire istruzioni per neutralizzare, silenziare, delegittimare le autrici, mentre in realtà smonta con rigore i meccanismi culturali che, per secoli, hanno reso marginale la loro produzione. Non si limita a denunciare un’ingiustizia generica; ne analizza la grammatica. Mostra come l’esclusione non sia il risultato di episodi isolati, ma l’effetto di un sistema di valori e di pratiche critiche profondamente radicate.

 

Il libro attraversa la storia letteraria occidentale individuando una serie di strategie ricorrenti. La prima è la più evidente: impedire materialmente alle donne di scrivere, negando loro istruzione, autonomia economica, tempo. Ma Russ insiste soprattutto sui dispositivi più sottili, quelli che entrano in funzione quando un’opera esiste già. Si può sostenere che l’autrice non sia davvero l’autrice; si può ridurre il testo a documento biografico; si può dichiarare che si tratta di un’eccezione, di un caso isolato, di un talento “minore” confinato in un genere considerato secondario. Oppure si può concedere visibilità per poi neutralizzare, classificando l’opera come confessionale, sentimentale, privata, dunque non universale.

 

Uno dei passaggi più incisivi del saggio riguarda la questione dei valori. Russ mostra come ciò che viene giudicato “importante” in letteratura dipenda da una gerarchia costruita storicamente su esperienze maschili assunte come misura del generale. La guerra, la politica, l’azione pubblica sono temi alti; la vita domestica, le relazioni, la sfera emotiva sono relegati al margine. Se una scena su un campo di battaglia è considerata più significativa di una scena in un salotto, non è per una qualità intrinseca del testo, ma per un sistema di valutazione che stabilisce in anticipo cosa meriti attenzione e cosa no. La scrittura delle donne, inscritta in esperienze giudicate secondarie, viene così svalutata prima ancora di essere letta.

 

La forza di Comment torpiller l’écriture des femmes risiede nella combinazione di ironia e precisione analitica. Il tono talvolta sarcastico non attenua la portata del discorso; al contrario, rende più visibile l’assurdità di meccanismi che, proprio perché diffusi e sedimentati, finiscono per apparire naturali. Russ invita a riconoscere che il canone non è neutro, ma il risultato di scelte, omissioni, sedimentazioni ideologiche. E invita, soprattutto, a interrogare il nostro modo di leggere: quali criteri applichiamo? Quali esperienze consideriamo centrali? Quali, invece, continuiamo a percepire come periferiche?

 

La traduzione francese ha il merito di restituire questo testo a una nuova generazione di lettrici e lettori europei, in un momento in cui le discussioni sul canone, sulla rappresentazione e sulla legittimazione culturale sono tornate con forza nello spazio pubblico. Rileggere Russ oggi significa dotarsi di strumenti critici per comprendere non solo il passato, ma anche le forme contemporanee (spesso più sottili) di marginalizzazione. Il libro è un invito alla vigilanza: ogni volta che una voce viene giudicata “minore”, “di nicchia”, “non universale”, vale la pena chiedersi quali valori stiano parlando attraverso quel giudizio e quali storie, ancora una volta, rischino di essere rimosse o rese invisibili.


18/02/26

La preghiera di Etty Hillesum

 Forse è stato tutto un po’ troppo, mio Dio. Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice: alt. Ora mi rendo conto di quanto Tu mi abbia dato da sostenere, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. E certe volte è stato più difficile sopportare le cose belle e grandi che quelle dolorose, perché ne ero come sopraffatta.

Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto. 


Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi.

Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia, e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno.

Nella mia vita c’è posto per tante cose. E ho così tanto posto, mio Dio.

Etty Hillesum, Diari 1941-1943




17/02/26

Nuit Marguerite Duras: Trouville celebra la scrittrice francese. Una notte tra letteratura, cinema e memoria

A trent’anni dalla scomparsa di Marguerite Duras, Trouville-sur-Mer rende omaggio a una delle figure più emblematiche della letteratura del Novecento con un evento speciale che unisce parole, immagini e sapori. Sabato 7 marzo 2026, dal pomeriggio fino a notte fonda, l’hotel Les Cures Marines ospiterà la “Nuit Marguerite Duras”, una maratona culturale pensata per ripercorrere l’opera, il pensiero e l’eredità della scrittrice. L’iniziativa è organizzata dalla libreria L’Usage du Papier in collaborazione con Les Cures Marines.



Profondamente legata a Trouville, città che ha abitato e amato per la luce, il mare e l’atmosfera sospesa, Duras viene celebrata attraverso un percorso immersivo che intreccia letteratura, incontri, cinema e gastronomia. Un vero viaggio nell’universo durassiano, artistico e intellettuale, capace di restituire la complessità e la modernità dell’autrice. In programma letture, tavole rotonde e dialoghi con scrittori, editori e studiosi, alternati a proiezioni cinematografiche e momenti musicali.

 

Tra i protagonisti, l’attore Félix Lefebvre, che darà voce ad alcuni testi fondamentali di Duras, offrendo un’interpretazione intensa e sensibile. Gli incontri approfondiranno la diffusione e l’influenza internazionale dell’opera durassiana, mettendone in luce l’attualità.

 

Il pomeriggio si aprirà con la lettura di “Ah Ernesto!”, seguita da un confronto con l’editore Thierry Magnier e la traduttrice italiana Cinzia Bigliosi. Nel corso della giornata si alterneranno tavole rotonde, sessioni di firmacopie e una lettura musicata di “Mort du jeune aviateur anglais”.

 

La seconda parte della serata sarà dedicata al grande schermo. Dopo la cena ispirata a “La Cuisine de Marguerite”, ideata dallo chef del’hotel Les Cures Marines, il pubblico assisterà alla proiezione del film “Les Mains négatives”, seguita da un dibattito, e al documentario “Les Fantômes de Marguerite” di Vincent Jaglin, che propone uno sguardo contemporaneo e sensibile sulla figura della scrittrice.

Un’intera giornata per riscoprire la voce inconfondibile di Marguerite Duras e il legame profondo che la unisce a Trouville.