venerdì 20 febbraio 2026

Come si cancella la scrittura delle donne

Nel 2025 è apparsa in Francia, con il titolo Comment torpiller l’écriture des femmes, la traduzione di un libro che, fin dalla sua uscita negli Stati Uniti nel 1983, è diventato un classico della critica femminista: How to Suppress Women’s Writing di Joanna Russ. L’edizione francese ha riportato al centro del dibattito europeo un testo che conserva intatta la sua forza polemica e la sua sorprendente attualità.



 


Il titolo, già nell’originale inglese, suona come un manuale: “come sopprimere la scrittura delle donne”. Russ adotta infatti una strategia ironica e spiazzante: finge di offrire istruzioni per neutralizzare, silenziare, delegittimare le autrici, mentre in realtà smonta con rigore i meccanismi culturali che, per secoli, hanno reso marginale la loro produzione. Non si limita a denunciare un’ingiustizia generica; ne analizza la grammatica. Mostra come l’esclusione non sia il risultato di episodi isolati, ma l’effetto di un sistema di valori e di pratiche critiche profondamente radicate.

 

Il libro attraversa la storia letteraria occidentale individuando una serie di strategie ricorrenti. La prima è la più evidente: impedire materialmente alle donne di scrivere, negando loro istruzione, autonomia economica, tempo. Ma Russ insiste soprattutto sui dispositivi più sottili, quelli che entrano in funzione quando un’opera esiste già. Si può sostenere che l’autrice non sia davvero l’autrice; si può ridurre il testo a documento biografico; si può dichiarare che si tratta di un’eccezione, di un caso isolato, di un talento “minore” confinato in un genere considerato secondario. Oppure si può concedere visibilità per poi neutralizzare, classificando l’opera come confessionale, sentimentale, privata, dunque non universale.

 

Uno dei passaggi più incisivi del saggio riguarda la questione dei valori. Russ mostra come ciò che viene giudicato “importante” in letteratura dipenda da una gerarchia costruita storicamente su esperienze maschili assunte come misura del generale. La guerra, la politica, l’azione pubblica sono temi alti; la vita domestica, le relazioni, la sfera emotiva sono relegati al margine. Se una scena su un campo di battaglia è considerata più significativa di una scena in un salotto, non è per una qualità intrinseca del testo, ma per un sistema di valutazione che stabilisce in anticipo cosa meriti attenzione e cosa no. La scrittura delle donne, inscritta in esperienze giudicate secondarie, viene così svalutata prima ancora di essere letta.

 

La forza di Comment torpiller l’écriture des femmes risiede nella combinazione di ironia e precisione analitica. Il tono talvolta sarcastico non attenua la portata del discorso; al contrario, rende più visibile l’assurdità di meccanismi che, proprio perché diffusi e sedimentati, finiscono per apparire naturali. Russ invita a riconoscere che il canone non è neutro, ma il risultato di scelte, omissioni, sedimentazioni ideologiche. E invita, soprattutto, a interrogare il nostro modo di leggere: quali criteri applichiamo? Quali esperienze consideriamo centrali? Quali, invece, continuiamo a percepire come periferiche?

 

La traduzione francese ha il merito di restituire questo testo a una nuova generazione di lettrici e lettori europei, in un momento in cui le discussioni sul canone, sulla rappresentazione e sulla legittimazione culturale sono tornate con forza nello spazio pubblico. Rileggere Russ oggi significa dotarsi di strumenti critici per comprendere non solo il passato, ma anche le forme contemporanee (spesso più sottili) di marginalizzazione. Il libro è un invito alla vigilanza: ogni volta che una voce viene giudicata “minore”, “di nicchia”, “non universale”, vale la pena chiedersi quali valori stiano parlando attraverso quel giudizio e quali storie, ancora una volta, rischino di essere rimosse o rese invisibili.


mercoledì 18 febbraio 2026

La preghiera di Etty Hillesum

 Forse è stato tutto un po’ troppo, mio Dio. Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice: alt. Ora mi rendo conto di quanto Tu mi abbia dato da sostenere, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. E certe volte è stato più difficile sopportare le cose belle e grandi che quelle dolorose, perché ne ero come sopraffatta.

Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto. 


Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi.

Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia, e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno.

Nella mia vita c’è posto per tante cose. E ho così tanto posto, mio Dio.

Etty Hillesum, Diari 1941-1943




martedì 17 febbraio 2026

Nuit Marguerite Duras: Trouville celebra la scrittrice francese. Una notte tra letteratura, cinema e memoria

A trent’anni dalla scomparsa di Marguerite Duras, Trouville-sur-Mer rende omaggio a una delle figure più emblematiche della letteratura del Novecento con un evento speciale che unisce parole, immagini e sapori. Sabato 7 marzo 2026, dal pomeriggio fino a notte fonda, l’hotel Les Cures Marines ospiterà la “Nuit Marguerite Duras”, una maratona culturale pensata per ripercorrere l’opera, il pensiero e l’eredità della scrittrice. L’iniziativa è organizzata dalla libreria L’Usage du Papier in collaborazione con Les Cures Marines.



Profondamente legata a Trouville, città che ha abitato e amato per la luce, il mare e l’atmosfera sospesa, Duras viene celebrata attraverso un percorso immersivo che intreccia letteratura, incontri, cinema e gastronomia. Un vero viaggio nell’universo durassiano, artistico e intellettuale, capace di restituire la complessità e la modernità dell’autrice. In programma letture, tavole rotonde e dialoghi con scrittori, editori e studiosi, alternati a proiezioni cinematografiche e momenti musicali.

 

Tra i protagonisti, l’attore Félix Lefebvre, che darà voce ad alcuni testi fondamentali di Duras, offrendo un’interpretazione intensa e sensibile. Gli incontri approfondiranno la diffusione e l’influenza internazionale dell’opera durassiana, mettendone in luce l’attualità.

 

Il pomeriggio si aprirà con la lettura di “Ah Ernesto!”, seguita da un confronto con l’editore Thierry Magnier e la traduttrice italiana Cinzia Bigliosi. Nel corso della giornata si alterneranno tavole rotonde, sessioni di firmacopie e una lettura musicata di “Mort du jeune aviateur anglais”.

 

La seconda parte della serata sarà dedicata al grande schermo. Dopo la cena ispirata a “La Cuisine de Marguerite”, ideata dallo chef del’hotel Les Cures Marines, il pubblico assisterà alla proiezione del film “Les Mains négatives”, seguita da un dibattito, e al documentario “Les Fantômes de Marguerite” di Vincent Jaglin, che propone uno sguardo contemporaneo e sensibile sulla figura della scrittrice.

Un’intera giornata per riscoprire la voce inconfondibile di Marguerite Duras e il legame profondo che la unisce a Trouville. 

giovedì 12 febbraio 2026

L’“autobiografia impersonale” di Marguerite Yourcenar

Giovedì 12 febbraio ore 17.00 


Museo di Roma in Trastevere - Sala Multimediale




L’“autobiografia impersonale” di Marguerite Yourcenar racchiude una visione radicalmente nuova del rapporto tra memoria, identità e letteratura. Lungi dall’essere un semplice racconto di sé, i suoi testi si collocano in uno spazio di attraversamento: la voce dell’autrice si decentra, si mescola con la Storia, con i paesaggi dell’infanzia, con le figure familiari e con l’umanità intera. L’“io” diventa così un tramite, più che un protagonista, permettendo di trasformare l’esperienza personale in meditazione universale. A partire da questa prospettiva, l’incontro tratterà il modo in cui Yourcenar rielabora la memoria individuale in chiave collettiva, proponendo un modello di autobiografia che non celebra il sé, ma apre lo sguardo verso l’altro e verso la Storia.


LIncontro fa parte della rassegna organizzata da Le parole delle scrittrici


mercoledì 11 febbraio 2026

Renée Vivien. La Saffo della Belle Époque



Il vaut mieux être vil que d’être estimé vil.

Quels sont ces espions de ma pauvre nature

Dont je suis à la fois la dupe et la pâture

lit dont l’arrêt prescrit l’irrévocable exil ?


Quels sont ces espions en effet ? Que faut-il

Faire pour contenter ceux-là ? Quelle pâture

Leur jeter ? Quels sont-ils ? et de quelle nature,

Ceux-là qui m’ont jugé, disant que je suis vil ?


Pour moi je ne connais ni leurs noms ni leurs faces,

Mais je les sais petits et trompeurs et voraces

Et n’ayant que l’amour des gloires et du bien.


Moi qui vis au milieu des hommes et des femmes

Pourtant, et ne devrais plus m’ébahir de rien,

Je demeure étonné devant ces pauvres âmes.

domenica 8 febbraio 2026

Pourquoi je suis feministe. Jean-Louis Servan-Schreiber intervista Simone de Beauvoir

Intervista di Jean-Louis Servan-Schreiber a Simone de Beauvoir per Questionnaire (6 aprile1975)

In questa intervista, risalente al 6 aprile 1975 e realizzata da Jean-Louis Servan-Schreiber per il programma televisivo Questionnaire, Simone de Beauvoir ripercorre i nuclei fondamentali del suo pensiero femminista. A partire dalla celebre affermazione “donna non si nasce, lo si diventa”, Beauvoir chiarisce come la condizione femminile non sia il prodotto di un destino biologico, ma il risultato di una costruzione storica e sociale fondata su rapporti di potere. L’intervista affronta temi cruciali quali il ruolo delle differenze biologiche, l’esclusione storica delle donne dalla produzione e dal sapere medico, la persecuzione delle guaritrici e il modo in cui Il secondo sesso nacque inizialmente come ricerca teorica, prima di diventare un testo centrale del pensiero e della pratica femminista.



Jean-Louis Servan-Schreiber: Se provassimo a riassumerlo, il che è in effetti un compito difficile, potremmo dire che tutto ruota attorno a questa idea, spesso ripetuta da allora, ma che vorrei chiedervi di spiegarci: “Non si nasce donna, lo si diventa”.

 

Simone de Beauvoir: Sì, è una formula semplice che riassume l’insieme delle mie tesi. Ciò che significa, in modo molto semplice, è che essere donna non è un dato naturale: è il risultato di una storia. Non esiste un destino biologico o una logica psicologica che definiscano la donna in quanto tale. È una storia che l’ha costruita. Anzitutto la storia della civiltà, che conduce allo statuto attuale della donna; e, d’altra parte, per ogni donna in particolare, è la storia della sua vita. È la storia della sua infanzia che la determina come donna, che crea in lei qualcosa che non è affatto un dato, un’essenza. Crea in lei ciò che talvolta è stato chiamato l’“eterno femminino”, la femminilità, e più gli studi psicologici sui bambini si approfondiscono, più si diventa sensibili e più si vede con evidenza che, davvero, già nel piccolo neonato di sesso femminile (c’è a questo proposito un libro eccellente che l’italiana Elena Belotti ha appena scritto, Dalla parte delle bambine) nel quale si mostra come, già molto prima che il bambino ne sia cosciente, si iscriva nel suo corpo (nel modo di farlo poppare, di portarlo in braccio, di cullarlo, eccetera eccetera) ciò che più tardi potrà apparire come un destino.

 

Jean-Louis Servan-Schreiber: Le differenze biologiche, che sono evidenti, ritenete che non svolgano alcun ruolo nel possibile comportamento successivo dell’individuo?

 

Simone de Beauvoir: Penso che esse possano avere un ruolo, e in effetti lo hanno certamente avuto; ma l’importanza che viene loro attribuita, l’importanza che assumono queste differenze, deriva dal contesto sociale nel quale esse si collocano. Voglio dire che, naturalmente, è molto importante che una donna possa essere incinta e avere dei figli, mentre l’uomo non può: questo crea una grande differenza tra i due; ma non è questa differenza che fonda la differenza di statuto né la condizione di sfruttamento e di oppressione alla quale la donna è sottoposta. È, in un certo senso, un pretesto sul quale si costruisce la condizione femminile, ma non è questo che determina tale condizione.

 

Jean-Louis Servan-Schreiber: Ma quando parlate di sfruttamento o di oppressione, ciò presuppone che vi sia stata una volontà in un certo momento: non si tratta semplicemente di qualcosa di accidentale. Dunque, potete ricostruire l’origine di questa volontà? Sul piano storico, come, secondo voi, si manifesta da parte degli uomini?

 

Simone de Beauvoir: Risale alla notte dei tempi. Credo che si debba partire dall’idea, come si è detto, che per l’uomo esiste la scarsità: non c’è abbastanza per tutti. Allora i più forti (e c’è stato un momento, nella notte dei tempi, in cui la forza fisica contava enormemente) si sono appropriati dei diritti e del potere, in modo da assicurarsi anche una preminenza economica, grossolanamente per essere coloro che erano sempre sicuri di mangiare. Questo era molto evidente, per esempio, in Cina: in condizioni di grande povertà si lasciava morire, o addirittura si uccideva, una bambina; e si impediva alle donne di partecipare alla produzione, affinché l’uomo avesse davvero tutto nelle proprie mani. È stato sempre così. Non ho il tempo di raccontare qui tutta la storia della donna, ma è del tutto evidente che, di epoca in epoca, c’è sempre stata una volontà degli uomini di impadronirsi del potere. Citerò un solo esempio: nel Medioevo e poi nei secoli successivi, fino al Rinascimento, le donne avevano molto potere come guaritrici; conoscevano una grande quantità di rimedi, di erbe, di medicine “da donne”, talvolta molto efficaci. Ebbene, la medicina è stata loro sottratta dagli uomini. Tutte le persecuzioni contro le streghe si sono fondate essenzialmente su questa volontà maschile di escludere le donne dalla medicina e dal potere che essa conferisce. Successivamente, nel XVIII e nel XIX secolo, furono stabiliti statuti redatti dagli uomini che proibivano rigorosamente, sotto pena di prigione, di multa, eccetera, alle donne di esercitare la professione se non avevano seguito determinate scuole (scuole alle quali, per di più, non venivano nemmeno ammesse). In quel momento, le donne furono relegate al ruolo di donne incinte, al ruolo di infermiere, al ruolo di assistenza, eccetera. Esistono davvero studi interessanti su questo argomento, nei quali si vede come vi sia stata una volontà (dal momento che parlavate di volontà) una volontà degli uomini di strappare la medicina alle donne. Penso che, se si prendessero altri ambiti, si troverebbero esattamente gli stessi processi. Vi è dunque un effetto di volontà; e oggi questa volontà non è forse più quella di conquistare apertamente, ma resta in ogni caso una volontà molto, molto forte di mantenere il potere: si innalzano barriere ovunque, perché le donne cercano di accedere a determinate qualifiche o a certi poteri.

 

Jean-Louis Servan-Schreiber: C’è una frase interessante che colpisce leggendo le vostre memorie: dite che, scrivendo Il secondo sesso, vi siete accorta, a quarant’anni, di scoprire, mentre lo stavate scrivendo, una situazione che “saltava agli occhi” non appena la si guardava davvero. Come si spiega allora che voi, intellettuale, che aveva compiuto studi avanzati fino all’aggregazione, non abbiate percepito prima dei quarant’anni la condizione femminile così come la descrivete?

 

Simone de Beauvoir: Perché avevo vissuto la mia condizione personale, che era quella di un’intellettuale, e avevo la fortuna di esercitare una professione nella quale non c’era competizione con gli uomini, poiché l’insegnamento è aperto tanto alle donne quanto agli uomini. Avevo avuto compagni di studio alla Sorbona e altrove che, sul piano intellettuale, si trovavano molto rapidamente in una situazione di piena uguaglianza; dunque non avevo avvertito questa condizione. Inoltre, non avevo voluto né sposarmi né avere figli; non conducevo quindi una vita domestica, che è l’aspetto più opprimente della condizione femminile. Ero sfuggita alle servitù di questa condizione. Più tardi, quando ho cominciato a riflettere e a guardare meglio intorno a me, ho visto la verità sulla condizione femminile e l’ho scoperta in gran parte scrivendo Il secondo sesso.

 

Jean-Louis Servan-Schreiber: Perché in origine non si trattava di uno studio destinato a trasformare la condizione della donna, ma piuttosto di una ricerca intellettuale in un determinato ambito...


Simone de Beauvoir: Era uno studio teorico, molto più che un lavoro militante. E sono peraltro molto felice che sia stato poi ripreso dai militanti, perché oggi questo libro svolge un ruolo militante; ma, al momento, non era stato affatto concepito in questo modo.


venerdì 23 gennaio 2026

Dal consenso al dissenso: il punto cieco della riforma sulla violenza sessuale


Ho atteso prima di scrivere. Come sempre ho preferito lasciar sedimentare certe sensazioni che, a caldo (e come è normale che sia quando alcune questioni ci toccano da vicino), erano emerse con forza dentro di me e stavano già iniziando a fuoriuscire. Quindi, ho atteso e ho letto. Sono andata a riprendere la "Modifica dell'articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso" (le virgolette sono d'obbligo) di novembre 2025 e poi ho letto la "proposta di testo unificato dei disegni di legge in titolo (pubblicata in allegato al resoconto della seduta odierna), che raccoglie le indicazioni e le sollecitazioni emerse nel dibattito" della Presidente Bongiorno. Togliendo di mezzo i pensieri a caldo, la mia reazione è stata di disorientamento verso quello che veniva riportato dal dibattito pubblico e verso la modifica in corso. E da qui il bisogno di andare un po' più a fondo (per quanto possibile, sempre con l'occhio da cittadina, sempre tenendo presente che questi temi mi -e ci- riguardano tutte e tutti) per cercare cosa diceva la modifica e cosa spostava sul piano etico e morale.



Il testo di novembre era chiaro: "chiunque compie atti sessuali in assenza del consenso libero e attuale della persona offesa è punito con la reclusione da sei a dodici anni (…). Il consenso deve essere libero, attuale e può essere revocato in qualsiasi momento (...) Il consenso non può ritenersi validamente prestato quando la persona si trovi in condizioni di inferiorità fisica o psichica, anche temporanea, o quando sia indotto con violenza, minaccia, abuso di autorità o inganno". La modifica cambia il punto d'osservazione: "Chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso". Introducendo il dissenso è come dire che il corpo è disponibile finché non si oppone. E qui si riportano al centro le domande su come il dissenso sia stato espresso, su quanto fosse riconoscibile, come e quanto avrebbe potuto essere manifestato diversamente. Si ritorna al comportamento di chi ha subito, di chi è stato sopraffatto, violato. E allora anche se non si stanno (esplicitamente) cancellando le tutele, non si sta (esplicitamente) legittimando la violenza, bisogna riconoscere che, senza alcun dubbio, siamo davvero davanti a un arretramento culturale, sociale e politico e questo è pericoloso soprattutto in un contesto, come il nostro italiano, ancora profondamente asimmetrico. Sembra che si voglia creare, di nuovo, una zona grigia però siamo arrivati a un punto che proprio su questo tavolo si gioca la parte più importante della discussione che riguarda, lo ripeto, tutte e tutti, senza distinzione politica o religiosa tanto meno sessuale.


venerdì 9 gennaio 2026

Simone de Beauvoir attraverso Annie Ernaux

Nel giorno dell’anniversario della nascita di Simone de Beauvoir, scegliere di ricordarla significa anche interrogarsi su ciò che la sua opera e la sua voce hanno prodotto e continuano a produrre nelle vite di altre donne, di altre scrittrici. Ho voluto ricordarla attraverso le parole di Annie Ernaux, che ha più volte riconosciuto in Beauvoir una presenza decisiva, pur senza averla mai incontrata.


 

Nel 1990, in occasione della pubblicazione del Diario di guerra e delle Lettere a Sartre (1930–1963), Annie Ernaux assistette con stupore alla violenza delle reazioni della stampa francese. Molti giornali scelsero il sarcasmo o una condiscendenza che riduceva Simone de Beauvoir a una figura minore, quasi domestica, ignorando la natura profonda di quei testi. Solo poche voci colsero ciò che Ernaux riconobbe immediatamente, ovvero che il Diario e le Lettere non erano una smentita dell’opera di Beauvoir, ma la sua prosecuzione più coerente, fedele alla logica di una scrittura di sé come luogo di verità. Fu proprio questo che, all’epoca, colpì Ernaux: il fatto che Beauvoir continuasse a disturbare, che anche oltre la morte la sua scrittura restasse irriducibile a una lettura pacificata, addomesticata. Invece di essere accolti per ciò che erano, testi dell’immediato, forme di un’altra verità, quegli scritti vennero usati come “prove a carico”, come se rivelassero una contraddizione tra vita e pensiero. Per Ernaux accadde l’opposto: Simone de Beauvoir restò fedele alla sua impresa di svelamento e offrì, ancora una volta, una dimostrazione della propria libertà.

 

In quel contesto, Ernaux accettò di partecipare alla trasmissione Apostrophes di Bernard Pivot per parlare di quei testi, pur sapendo quanto la televisione fosse un luogo ostile alla complessità del pensiero. “Ho accettato immediatamente, nonostante la perdita di tempo rispetto al mio libro, il ritardo supplementare che questo mi impone. È un dovere per me, una sorta di omaggio, piuttosto una forma di debito. Senza dubbio non sarei del tutto, senza di lei, senza l’immagine che è stata per tutta la mia giovinezza e i miei anni di formazione, ciò che sono. (E il fatto che sia morta otto giorni dopo mia madre, nell’86, è un segno ulteriore). Ho anche voglia di far passare in questa trasmissione una certa idea dell’azione della letteratura”.

 

Scrisse: “Se cito queste frasi, è perché mi sembrano riassumere, con spontaneità e, credo, sincerità, il ruolo che Simone de Beauvoir ha avuto nella mia vita e il senso che ho attribuito all’atto di scrivere. Devo precisare che non ho mai incontrato Simone de Beauvoir e che non ho mai cercato di farlo: per timidezza, a causa della distanza (vivevo in provincia) soprattutto perché sono sempre stata convinta che vedere la persona dello scrittore o dell’artista non aggiunga nulla di più alla sua opera. Come migliaia di donne, è attraverso i suoi libri e la sua immagine pubblica di scrittrice impegnata che ho vissuto il mio rapporto con Simone de Beauvoir”.

 

Ricordare oggi Simone de Beauvoir attraverso lo sguardo di Annie Ernaux, la donna e scrittrice che, più di ogni altra, ha accompagnato la mia vita fino ad ora, e che continuerà a farlo, indicandomi la strada da seguire, significa riconoscere che la forza delle sue opere e della sua voce non risiede soltanto nelle idee che ha sostenuto, ma nella capacità di aver autorizzato altre vite, altre scritture, altre libertà.

È in questo passaggio, da una donna all’altra, che si misura la sua eredità più profonda.