giovedì 31 gennaio 2019

Anka Zhuravleva Photography

Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato.

Ansel Adams


Fotografie di Anka Zhuravleva













Vittorio Sereni, In me il tuo ricordo

Anka Zhuravleva

In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscio
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.



Vittorio Sereni, Poesie e prose 


martedì 29 gennaio 2019

Mia regina di Jean-Baptiste Andrea. Einaudi

Cadevo, cadevo, e avevo dimenticato perché. Era come se cadessi da sempre. Le stelle scorrevano via sopra la mia testa, sotto i piedi, tutt’intorno, io mulinavo le braccia per cercare di aggrapparmi, ma afferravo il vuoto. Vorticavo in una grande folata d’aria umida.


Mia regina di Jean-Baptiste Andrea. Einaudi

Approfondisci sul sito dell'editore
Intenso, straziante, crudele. Shell è un ragazzo "strano", diverso da molti ragazzi della sua età. Mi piace pensare che sia un sognatore che osserva l'altopiano, dove si trova la stazione di servizio dei suoi genitori. Shell scappa di casa, una serie di eventi lo spingono tra le braccia di una ragazza di poco più grande che lo prende per mano facendogli scoprire una realtà immaginifica. Lei sarà la sua Regina, fino alla fine. Un percorso di crescita che lo porterà alla scoperta dell'uomo che c'è in lui. Nel frattempo, Shell conosce Matti, il montanaro silenzioso che lo aiuta e lo protegge, che lo ascolta e lo tratta come un vero uomo, come Shell vorrebbe essere trattato.
Eppure il momento idilliaco si spezza sotto al peso della realtà, quella cruda realtà.
Uno squarcio tra le stelle, "una serata pazzesca" nell'estate del 1965, l'estate più speciale di tutte.


A forza di sentirmi dire che ero solo un bambino, e che andava benissimo cosí, è successo l’inevitabile. Ho voluto provare loro che ero un uomo. E gli uomini fanno la guerra (...).

Una volta mio padre lustrava regolarmente le pompe, ma poi l’età e la penuria di clienti lo avevano fatto desistere. A me però mancavano le pompe tirate a lucido. Non me le lasciavano piú lucidare da quando, l’ultima volta, mi ero completamente inzuppato e mia madre me ne aveva dette di tutte i colori, come se non avesse già abbastanza da fare con un marito sfaticato e un figlio ritardato.




Un fulmine di guerra. Un’aquila. Una cima. Non ero niente di tutto questo: me lo sentivo ripetere in continuazione. A questo punto devo proprio dirlo: sono un tipo strano. A me non sembra, ma agli altri sí.



Non so contare e, quando provo a scrivere, le lettere mi si aggrovigliano in testa, restano impigliate nel braccio ed escono dalla penna come un nido di spaghetti. Per questo ho dovuto abbandonare la scuola. Le cose piú semplici erano un’impresa per me. In teoria avrebbero dovuto mettermi in un istituto speciale, ci avevano anche dato un opuscolo pieno di foto di bambini in corridoi spaziosi e con delle persone sorridenti che gli posavano la mano sulla spalla. Ma dalle nostre parti non esistevano scuole del genere e tutti se ne infischiavano, io per primo. E cosí ho cominciato a lavorare alla stazione di servizio.

Sono salito sulla roccia e sono rimasto a guardare mentre diventavano sempre piú piccoli: lei, il suo vestito e il suo occhio nero, non piú grandi di un arbusto, di un filo d’erba, di un insetto, un puntino insignificante nell’orizzonte ondulato.




Viviane ha tirato fuori di tasca qualche barretta di cioccolata, una mela, un pezzo di formaggio. Di colpo mi è venuta una gran fame, non avevo mangiato piú niente dopo i corbezzoli e ho divorato tutto come un orso. Poi ci siamo sdraiati sotto il cielo tondo: ho immaginato che ci trovassimo sotto un
telescopio gigante, e qualcuno all’altra estremità forse ci stava osservando in quel momento. Ero sul punto di salutare con la mano, ma mi sono trattenuto per non fare la figura dello scemo. Viviane ha mosso i piedi e si è girata verso di me.

– Cosa facciamo?


Adesso però avevo una regina e sapevo che avrei fatto qualsiasi cosa per lei, non perché avevo giurato, ma perché mi andava. Ho pensato che forse essere un eroe voleva dire proprio questo: fare qualcosa che nessuno ti obbliga a fare.


Sete d'amore di Yukio Mishima, Guanda

Chi immagina mai quanto si possa mentire sui propri sentimenti?

Sete d'amore di Yukio Mishima, Guanda 


Vertigo di Katharine McGee. Edizioni Piemme

Per il resto della serata sarebbe stata una versione più brillante, più fantastica, più irraggiungibile di se stessa... e nessuno avrebbe mail capito quanto si sentisse ferita.

Vertigo di Katharine McGee. Edizioni Piemme




Amare se stessi

Amare se stessi è l'inizio di una lunga storia d'amore.

Oscar Wilde


domenica 20 gennaio 2019

Poesie di Sylvia Plath. Ricordi di una poetessa e Donna


E' stato un verso tatuato sul braccio di una ragazza ad avvicinarmi alla poesia di Sylvia Plath.
Durante l'adolescenza ero troppo distratta per precipitare nella lirica palpitante della Plath ma ero, al contempo, una sognatrice troppo grande per non inciampare, prima o poi, tra le sue poesie. E se durante il liceo il professore d'inglese mi regalò momenti meravigliosi grazie ai versi della Plath, quell'energia espressiva, quella profonda coscienza di sé, quello spasmodico e logorante bisogno di affondare le mani nel dolore, quel rimestare nella sofferenza per ricavare altra sofferenza, vennero a me qualche anno dopo, grazie a un tatuaggio di una ragazza.

Tuttavia dopo anni di letture altalenanti, a tratti incostanti, spesso tardive, mi sembra ancora di non conoscere abbastanza questa Donna che aveva scritto con la mente ricca e il cuore gonfio.
Era lei che citava, nei suoi articoli di giornale e nelle sue lettere, De Chirico, Gauguin, Goya, Klee, Picasso ed era sempre lei che parlava di "disperato amore del vivere", rubando le parole a Giovanni Giudici. Era lei a correre sul binario parallelo a quello della morte, in un costante ossimoro che toglie il respiro anche a chi la legge.
Ed io, ignara della limpida profondità dei suoi versi, mi ero accostata alla poetica di Sylvia Plath con la baldanzosa pretesa di carpirne il significato, di riuscire a far combaciare le rime con i pensieri, di riempirmi la bocca con parole troppo grandi per la mia portata e tutto questo per il solo fatto che ammiravo, esteticamente, la ragazza che si era fatta tatuare sul braccio un verso di Sylvia Plath.

Non credo che la ragazza tatuata l'abbia mai capito.
Anzi credo proprio che non se ne sia neppure resa conto.
E questa è la storia, bizzarra se volete, di come Sylvia Plath mi abbia affascinata.   


L’aspirante

Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l’hai?
Un occhio di vetro, denti finti o una gruccia.
Un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,

Rattoppi o qualcosa che manca? Ah
No? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano

Che la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
E a fare ogni cosa che gli dirai,
La vorresti sposare?
E’ garantita,

Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore,
                                                                                                                                                              Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme –

Un po’ rigido e nero, ma niente male,
Lo vorresti sposare?

E’ impensabile, in frantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile
Credi a me, ti ci farai sotterrare.

E adesso, scusa, hai vuota la testa
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci fuori dal guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca.

Ma in venticinque anni d’argento,
D’oro in cinquanta, potrà diventare,
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.

E funziona, non ha una magagna,
Qua c’è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l’ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?



Lettera d'amore

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov'ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po' col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio, 
di comprendere l'azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri 
nel bianco iato dell'inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l'aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt'intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d'uccello e gli steli delle piante
Non m'ingannai. Ti riconobbi all'istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d'anima

pura come una lastra di ghiaccio. E' un dono.



---

Per approfondimenti: 

venerdì 18 gennaio 2019

Rileggere Fuochi di Marguerite Yourcenar

Una delle iniziative di @CasaLettori sono i reading organizzati su twitter: questa settimana con l'hashtag #VenerdìRileggo è stato proposto Feux di Marguerite Yourcenar, Bompiani Editore.

Bompiani

Raccolta di narrazioni liriche (dalla prefazione poesia in prosa), in Fuochi della Yourcenar convergono l'universalismo letterario della scrittrice, la ricerca poetica e l'approfondimento umano che guardano alla passione e all'amore come risposta, talvolta delirante ed esplosiva, all'esistenza vacua e perduta.

E perduto è l'amore di una giovane Yourcenar che, al momento della stesura di questo manoscritto, vive uno dei drammi umani più comuni e più devastanti: l'amore che non ha possibilità di essere ricambiato. Questo gap emotivo crea nell'autrice una solitudine interiore; la Yourcenar sceglie, forse inconsapevolmente, di lasciarsi andare ai sentimenti ripercorrendo la storia dell'amore "perduto" dei miti classici reinterpretati e rivisitati in chiave moderna, secondo il gusto letterario e le esperienze personali della stessa autrice. Classico e moderno si fondono, quindi, in una lirica senza tempo che avvolge il lettore rendendolo partecipe del dramma della scrittrice.

Fuochi ha per protagonista le donne, che raccontano il loro dolore portando in scena l'epos narrativo della collettività femminile. Come Ovidio aveva reso protagonisti gli eroi maschili, così la Donna raccontata dalla Yourcenar assurge a depositaria delle emozioni.

Su Twitter la lettura di Fuochi di Marguerite Yourcenar promossa da @CasaLettori:






























Quando ti rivedo, tutto ridiventa limpido. Accetto di soffrire.
E tu te ne vai? Tu te ne vai? No, tu non te ne vai: io ti trattengo... Mi lasci nelle mani la tua anima come un mantello... 
 Sei il mio prossimo? No, sei prossimo. Ti compiango come me stessa.  



Non mi ucciderò. Ci si scorda così presto dei morti. 
Non si costruisce una felicità che su fondamenta di disperazione. Penso proprio che ora posso mettermi a costruire. 
Marguerite Yourcenar

lunedì 14 gennaio 2019

Francesco Piccolo. L'animale che mi porto dentro, Einaudi

L'esplorazione umana, a tratti anatomica, del maschio che si forma in una società dove virilità e pienezza emotiva sembrano essere agli antipodi di uno stesso universo è la materia dell'ultimo libro di Francesco Piccolo.

Francesco Piccolo, L'animale che mi porto dentro

Il maschio che si svela al lettore, che cresce e si forma di pagina in pagina, è un maschio che rifugge quell'universo che Piccolo tenta di esaminare con gli strumenti che la storia gli offre e che spesso coincidono solo con i suoi stessi sensi.
Eppure, per quanto possa scappare, il maschio che vediamo crescere alla fine si abbandona al codice della virilità, perché il bisogno di appartenenza è più forte di qualsiasi gratificazione emotiva.

Perché esiste un codice dei maschi; quasi tutte le sue voci sono difficili da ripetere in pubblico, eppure non c’è verso di metterle a tacere. Tanti anni passati a cercare di spegnere quel ronzio collettivo per poi ritrovarsi ad ascoltarlo, nel proprio intimo, nei momenti piú impensati. «Dentro di me continuerò sempre a chiedermi: siete contenti di me? sono come mi volevate?». 

Il ritmo del libro è cadenzato da analisi letterarie che sfiorano la saggistica. Storia e critica creano un ensemble lirico che, a mio parere, racchiude il piacere di questa lettura. Quando Piccolo abbandona le vesti di scrittore per abbracciare la vena cinematografica che gli appartiene, è in quel momento che ci regala delle pagine di acuta riflessione che meritano, pertanto, la lettura dell'intero romanzo.

giovedì 10 gennaio 2019

Picasso, Guernica: "Siete voi che avete fatto questo"

"Ah, eccolo qua. E' lei che ha fatto questo?"
"No, siete voi che avete fatto questo".

Picasso, in risposta alla domanda del diplomatico nazista Otto Abetz a proposito della Guernica.




Madonna col cappotto di pelliccia di Sabahattin Ali, Fazi Editore

Formatosi nel crogiolo artistico ottomano, Sabahattin Ali dopo gli studi a Istanbul prosegue la sua formazione e la sua carriera nella Germania dei primi decenni del Novecento, tra sperimentazione e accelerazione.
In Madonna col cappotto di pelliccia la scrittura di Ali ci restituisce la commozione di una storia d'amore senza tempo intrisa dal disincanto con il quale Raif Effendi racconta la sua vita con particolare attenzione all'incontro d'amore con un'artista disinibita in una Berlino degli anni Venti.

Il ritmo organico del libro si sviluppa, fra sublimazione e passione, tra le pagine del diario di Raif Effendi. Pagine scoperte, lette, interpretate e "raccontate" dall'io narrante. Si scopre un Raif nuovo, un uomo differente da quello che la realtà voleva farci credere. L'esperienza umana ed emotiva di Raif coinvolge il lettore, la sua storia d'amore ci tiene legati alle pagine tra un colpo di scena e l'altro.

Queste domande restano senza una risposta se non siamo capaci di guardare al di là delle apparenze - se ci dimentichiamo che dietro la facciata di ogni individuo c'è un altro mondo interiore, dove la mente è condannata a funzionare, volente o nolente.

Scopri di più sul sito dell'editore
Ma se ci lasciassimo incuriosire da questo universo misterioso, allora sì potremmo imbatterci in tesori che mai ci aspetteremmo di rinvenire.

Su Twitter si sta animando un social reading:


















[In aggiornamento]