venerdì 9 novembre 2012

Sostenibilità alle startup giornalistiche digitali: i costi del giornalismo di qualità


Il panorama informativo italiano sta dando molto spazio ad argomenti quali la fine dell'era della carta stampata soprattutto dopo l'annuncio da parte di Newsweek del passaggio, a partire da gennaio 2013, al digitale. La consapevolezza che la carta stampata stia viaggiando su un binario destinato a morire più velocemente di quanto si possa immaginare ha risvegliato anche gli animi di coloro, professionisti e non, che erano riluttanti alla sola idea del digitale. 

Tralasciando il discorso carta vs digitale (alquanto abusato nell'ultimo periodo) è utile invece spostare l'attenzione sulle sfide offerte dal digitale ma anche sulle dinamiche di sostenibilità delle startup giornalistiche digitali. Se è vero che i grandi editori, gestori della potenza informativa italiana, hanno saputo essere altamente innovativi negli ultimi anni a partire dalle applicazioni per tablet, è anche vero che questi stessi editori si sono visti affiancare da un tipo di giornalismo in netta evoluzione rispetto a ciò che la tradizione ci ha abituato. Mario Tedeschini Lalli ha spiegato con grande lucidità che allo stato attuale delle cose il giornalista si distingue per la "funzione sociale che svolge e i criteri con la quale la svolge". 

Ma il punto nevralgico di questo discorso ruota attorno alla sostenibilità economica delle startup giornalistiche e di quelle che dalla carta stampata vogliono passare al digitale. Anche sulla pubblicità online insufficiente a sostenere i costi di un giornalismo in continua evoluzione si è già detto molto ma i dati recentemente forniti da tre scuole di giornalismo (USC Annenberg in California, University of Tampere in Finlandia e la Waseda University di Tokyo), che si sono consorziate per uno studio che ha l’obiettivo di definire quale sarà l’ambiente per il giornalismo del futuro, offrono parecchi spunti di riflessione e un quadro preciso di quel che ci possiamo aspettare in campo giornalistico e informativo in un presente prossimo. 

Chasing Sustainability on the Net è il rapporto che mette in luce la situazione negli Stati Uniti, in Giappone, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna e Finlandia. Il caso italiano, delineato da Nicola Bruno, ha messo in evidenza una scarsità nella vendita dei quotidiani, una forte propensione alla strumentalizzazione dell'informazione e un'altrettanto scarsa professionalità. Su quest'ultimo aspetto ho già avuto modo di discutere in questo post, in cui tratteggiavo un panorama giornalistico incline alla precarizzazione degli attori della filiera informativa e alla mancanza di diritti mirati a tutelarne la professionalità; tutto ciò a fronte di una richiesta di informazioni sempre più dettagliate ed esaurienti.

Per l'Italia vengono analizzate sette realtà giornalistiche digitali tra cui Varese News, Lettera43 e YouReporter. Potete leggere nel dettaglio i punti salienti relativi la situazione del nostro Paese qui tuttavia ciò che mi sembra doveroso sottolineare è il fatto che emerge un quadro economico instabile (conseguenza di una ritardata penetrazione di Internet oltre che dello strapotere che detengono ancora alcuni gruppi editoriali tradizionali) che cerca di arrabattarsi generando guadagni attraverso la formazione e l'organizzazione di eventi oltre che la pubblicità. Nonostante questo i ricavi non riescono a coprire i costi, fatta eccezione per le realtà di Varese News e YouReporter. 

E quindi ci sono alcune domande che dovremmo porci a partire da quali possano essere le eventuali fonti di guadagno in grado di coprire le spese e i costi di un giornalismo di qualità? All'interno di questa situazione frammentata e confusa, anche da un punto di vista economico oltre che professionale, quali sono gli spazi per i giornalisti del futuro? E quali sono le reali prospettive per coloro che vogliono prendere il tesserino?

Esempi di self-journalism, di crowdfunding unito al concetto di giornalismo arrivano dalla recente esperienza di Andrea Marinelli che ha raccolto 4 mila euro attraverso il suo blog per finanziarsi parte del viaggio negli Stati Uniti per raccontare le elezioni presidenziali. Ma il problema non si riesce ad estinguere nonostante questi esempi di determinazione e passione. Come ha spiegato Nicola Bruno nell'intervista all'Osservatorio Europeo di giornalismo "la concorrenza si è moltiplicata e, per di più, il valore della pubblicità (almeno nella sua variante CPM) è destinato a crollare ancora di più, provocando guadagni sempre più inconsistenti per i piccoli player e insufficienti per i grandi player E, quindi, oltre alla pubblicità, anche i prodotti premium (e-book, feature interattive), i servizi (training, organizzazione eventi, realizzazione progetti web).”

Periodici storici stanno rispondendo alle sfide del digitale con grande maestria, mi riferisco alla situazione del New York Times ma ci sono altre realtà in cui si sopravvive tra una perdita e l'altra. 
Come ha ricordato il Reuters Institute for The Study of Journalism attraverso il report Ten Years that Shook the Media World sull’evoluzione del giornalismo e dei media siamo solo all’inizio di un periodo di transizione più lungo e quindi presto si avranno risposte ai quesiti posti sopra che andranno di gran lunga oltre le nostre aspettative. Almeno questa è la speranza. 

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