Apprendo ora. Le sue parole, che tante volte ho sentito mie, mi hanno accompagnata a lungo e continueranno a farlo.
Sara Durantini. Scrittrice, saggista e curatrice di progetti sulla scrittura autobiografica e femminile. Tra le autrici che hanno suscitato maggiormente il suo interesse: Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux, Anaïs Nin, Nathalie Léger, Sylvia Plath, Simone de Beauvoir, Virginia Woolf, Anne Sexton, Chandra Livia Candiani, Alice Munro.
13/06/26
12/06/26
La cultura fa sciopero: 12 giugno
Oggi
il mondo della cultura sciopera e fa bene. A scioperare sono lavoratrici e
lavoratori di musei, biblioteche, archivi, teatri e istituzioni culturali che
denunciano salari insufficienti, precarietà e condizioni di lavoro non
all'altezza delle competenze richieste.
Ma
il senso di uno sciopero (e qui mi rivolgo alle sigle sindacali) sta nella sua
capacità di inserirsi in una riflessione più ampia e continuativa sullo stato
della cultura nel nostro Paese.
L’impoverimento
a cui assistiamo da anni (e sottolineo da anni) non è soltanto il risultato dei
tagli e del progressivo disinvestimento pubblico. Esistono anche responsabilità
interne che troppo spesso restano nell’ombra: sistemi di cooptazione, lavoro
gratuito o sottopagato considerato normale, opportunità distribuite secondo
logiche di appartenenza più che di merito, per non parlare di una fetta di
lavoratrici e lavoratori culturali totalmente invisibili e di disparità
retributive. Una precarietà che viene tollerata quando non addirittura
alimentata dagli stessi ambienti culturali.
È
difficile rivendicare dignità per il lavoro culturale se si continua, al tempo
stesso, a legittimare pratiche che quella dignità la consumano quotidianamente.
Per
questo lo sciopero di oggi è importante. Non solo perché richiama l'attenzione
sulle responsabilità delle istituzioni, ma perché dovrebbe aprire una
discussione più profonda, e forse più scomoda, sul modo in cui il mondo della
cultura organizza sé stesso, distribuisce risorse, riconoscimento e possibilità
di accesso. Senza questa riflessione, il rischio è che la denuncia resti
parziale.
04/06/26
Se ne va Marjane Satrapi. Con Persepolis ha dato voce alle donne iraniane
È
morta Marjane Satrapi.
E
il minimo che possa fare, e per quello che può valere, è scrivere queste poche
righe. Non pensare alla forma, almeno per una volta. Lasciarmi andare al
ricordo che ho di lei, la prima lettura di Persepolis. È stato nell’inverno (o
forse era autunno) del 2005. L’edizione di Sperling & Kupfer mi venne
regalata. Non sapevo quasi nulla dell'Iran, se non ciò che arrivava dai
telegiornali: proteste, tensioni politiche, immagini di un paese che appariva
lontanissimo e incomprensibile. E sapevo ancora meno delle donne iraniane,
della complessità delle loro vite, delle libertà conquistate e perdute, delle
forme quotidiane di resistenza che attraversavano la società.
Con
Persepolis mi si aprì una porta. Attraverso le parole e i disegni di Marjane
Satrapi scoprii che dietro le immagini stereotipate dell’Iran esistevano
persone che ascoltavano musica, leggevano libri, litigavano con i genitori, si
innamoravano, desideravano libertà. Scoprii che la rivoluzione, la guerra, la
repressione non erano soltanto eventi storici ma esperienze vissute da corpi
concreti, da famiglie concrete. Scoprii soprattutto che una donna poteva
raccontare il proprio paese senza trasformarlo né in un simbolo né in una
vittima, ma restituendogli tutta la sua complessità, che è esattamente quello
che ha fatto Satrapi. Per me, che avevo poco più di vent’anni, fu una
rivelazione e non mi riferisco all'aspetto letterario, parlo soprattutto di
quello umano. Con lei scoprii la sua storia e quella di un intero Paese.
Scoprii una bambina cresciuta durante la rivoluzione islamica, che aveva
attraversato la guerra, l’esilio, che era ritornata nel proprio paese e con
difficoltà si era appropriata di sé stessa. Attraverso il suo racconto scoprii
anche la realtà iraniana, le contraddizioni della Repubblica islamica, le
restrizioni imposte alle donne ma anche le forme quotidiane di resistenza, di
desiderio e di libertà che continuavano a esistere. E proprio così scoprii che
una ragazza nata e cresciuta a migliaia di chilometri poteva interrogarsi sulle
stesse cose sulle quali io mi interrogavo: il rapporto con la famiglia, il
desiderio di libertà, il corpo, l'appartenenza, il bisogno di trovare una voce
propria. E scoprii anche che, pur nelle differenze culturali, enormi, vi era una
qualche forma di riconoscimento.
Molti
anni dopo, seguendo il filo che Satrapi aveva lasciato nelle mie mani, arrivai
a un’altra artista iraniana che avrebbe significato molto per me: Shirin
Neshat. Anche lì ritrovai la stessa domanda sulla libertà, sul corpo femminile,
sull'esilio, sull'identità.
E
questo è stato uno dei doni più grandi di Marjane Satrapi: raccontare per
svelare, dare un altro punto di vista e costruire (per me e per noi tutti) un
nuovo punto di osservazione e così condurmi (e condurci) verso l'altrove.


