26/04/26

Alba De Céspedes. Lettera a Natalia Ginzburg

Questa lettera è stata scritta da Alba De Céspedes a Natalia Ginzburg in seguito a uno scritto di quest'ultima dedicato alle donne e alla loro agognata libertà comparso sulla rivista “Mercurio”, diretta dalla stessa de Céspedes. L'articolo si intitolava "Discorso sulle donne" (che, a pensarci ora, mi ricorda, per assonanze e intenti, "Sulle donne" di Susan Sontag) e riguarda la malinconia che alcune volte colpisce le donne facendole cadere "nel pozzo". 

Trovo la risposta di Alba De Céspedes talmente accorata, vera, intensa, strabordante di quei sentimenti così puri ma privi di qualsiasi pietismo che solo una donna e scrittrice come lei potevano partorire in risposta a un'altra grandissima donna e scrittrice come Natalia Ginzburg.



Mia carissima, voglio scriverti due parole appena finito di leggere il tuo articolo. E’ così bello e sincero che ogni donna, specchiandosi in esso, sente i brividi gelati nella schiena. Tuttavia, per un momento, avevo pensato di non pubblicarlo, temendo di commettere un’indiscrezione verso le donne nel rivelare questo loro segreto. Inoltre pensavo che gli uomini lo avrebbero letto distrattamente, o con la loro vena d’ironia, senza intuire l’accorata disperazione e il disperato vigore che è nelle tue parole, e avrebbero avuto una ragione di più per non capire le donne e spengerle ancora più spesso nel pozzo. Ma poi ho pensato che gli uomini dovrebbero infine tentare di capire tutti i problemi delle donne; come noi, da secoli, siamo sempre disposte a cercare di capire il loro. Ti dirò che nel pubblicare il tuo “discorso” ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo.

Ma – al contrario di te- io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini- i quali non cadono mai nel pozzo- non comprenderanno mai.

Nel pozzo sono pure le più dolorose e sublimi verità dell’amore, anzi, sono nel fondo più profondo di ogni pozzo, ma le donne, tutte le donne delle quali tu parli, vi crollano dentro così pesantemente da riuscire a toccarle. E noi siamo spesso infelici in amore appunto perché vorremmo trovare un uomo che anche lui cadesse qualche volta nel pozzo e, tornando su, sapesse quello che noi sappiamo. Questo è impossibile, vero, cara Natalia?, e perciò è impossibile per noi veramente essere felici in amore. Ma quando si cade nel pozzo si sa anche che essere felici non è poi molto importante: è importante sapere tutto quello che si sa quando si viene su dal pozzo.

Del resto- tu non lo dici ma certo lo pensi- sono sempre gli uomini a spingerci nel pozzo; magari senza volerlo. Ti è mai accaduto di cadere nel pozzo a causa di una donna? Escludi naturalmente le donne che potrebbero farci soffrire a causa di un uomo, e vedrai che, se vuoi essere sincera, devi rispondere di no. Le donne possono farci cadere nell’ira, nella cattiveria, nell’invidia, ma non potranno mai farci cadere nel pozzo. Anzi, poiché quando siamo nel pozzo noi accogliamo tutta la sofferenza, che è fatta, prevalentemente, dalla sofferenza delle donne, siamo benevole con loro, comprensive, affettuose. Ogni donna è pronta ad accogliere e consolare un’altra donna che è caduta nel pozzo: anche se è una nemica. E gli uomini non solo ignorano l’esistenza di questi pozzi, e tutto ciò che si impara quando si cade in essi, ma ignorano anche d’esser proprio loro a spingervi le donne con tanta spietata innocenza.

Vedi, cara Natalia, proprio a proposito di questi pozzi io ho tanto insistito perché Maria Bassino, uno dei maggiori penalisti italiani, difendesse il diritto delle donne ad essere magistrati. Perché spesso è proprio nel fondo del pozzo che le donne uccidono, rubano, compiono insomma tutti quei gesti che le umiliano, soprattutto perché sono contrari al naturale rispetto che ogni donna deve a se stessa.

Anche i magistrati ignorano tutto ciò, perché i magistrati – appunto- sono uomini. E non giusto che le donne siano giudicate soltanto da chi non conosce come esse sono veramente, e perché agiscano in un modo piuttosto che in un altro, mentre gli uomini sono sempre giudicati da coloro che, per essere della loro stessa natura, sono i più adatti ad intenderli.

Chi scende nel pozzo conosce la pietà. E come si può vivere, agire, governare con giustizia senza conoscere la pietà?

Tu dici che le donne non sono esseri liberi : e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese. Che si forma fra le donne anche sconosciute l’una all’altra. Del resto essere liberi dal dolore, dalla miseria umana, è veramente un privilegio? La superiorità per una donna è proprio nella possibilità di finire su una panchina, come tu dici, in un giardino pubblico, anche se è ricca, anche se scrive o dipinge, anche se ha occhi belli, gambe belle, bocca bellissima. Anche se ha vent’anni. Perché neppure la gioventù dà alla donna la sicurezza che tanto spesso possiedono gli uomini, e che è solo ignoranza della reale condizione umana.

Scusa, mia cara, questa lunga lettera. Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E, tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente onesta, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che esse trovano in loro.

E di questo non posso parlarti oggi perché mi trovo- come spesso- nel pozzo.

Ti abbraccio, cara.

Alba de Cèspedes


13/04/26

Torino, “Donne e scrittura”. Due giorni dedicati alla scrittura femminile tra Italia e Francia

 Il 15 e 16 aprile 2026 l'Università di Torino ospita il convegno internazionale “Donne e scrittura”, un appuntamento che riunisce studiose e studiosi per riflettere sul ruolo delle autrici del XX e XXI secolo nei contesti letterari italiano e francese. Le sedi dell’iniziativa saranno Palazzo Nuovo e il Complesso Aldo Moro, luoghi simbolo della vita accademica torinese.



L’evento nasce con l’obiettivo di promuovere un confronto critico e interdisciplinare sulla scrittura femminile contemporanea, mettendo in evidenza il contributo delle donne alla trasformazione dei linguaggi letterari, dei generi e dei canoni culturali. Negli ultimi decenni, infatti, la produzione letteraria femminile ha acquisito una centralità crescente nel panorama culturale europeo, ridefinendo prospettive e metodologie di analisi.


In questo contesto, il convegno si propone anche come occasione per valorizzare autrici a lungo marginalizzate e per favorire la costruzione di nuovi strumenti critici capaci di riconoscere il loro impatto nella letteratura contemporanea.


Il programma si articola in sessioni tematiche, panel paralleli e tavole rotonde che vedranno la partecipazione di esperte ed esperti provenienti da università italiane e internazionali. Tra i principali temi affrontati figurano il rapporto tra scrittura e genere nel Novecento, le connessioni tra letteratura e femminismo, le poetiche del corpo e la rappresentazione dell’identità, così come le pratiche di autorappresentazione e scrittura autobiografica. Spazio anche all’editoria contemporanea e alla riscoperta delle autrici, oltre che alle estetiche queer e alle nuove forme narrative.


Le due giornate offriranno momenti di dialogo tra ambiti disciplinari diversi, confermando il carattere aperto e multidisciplinare dell’iniziativa.


Il convegno si inserisce inoltre nell’ambito di un progetto insignito del Label scientifico 2025 dell’Università Italo Francese, a sottolineare la rilevanza internazionale dell’iniziativa e il suo contributo al rafforzamento della cooperazione accademica tra Italia e Francia.


07/04/26

Quando Pina Bausch riscrisse Barbablù e il teatro danza

Nel 1977, attraverso il Tanztheater Wuppertal, Barbe-Bleue rappresentò una frattura netta con le convenzioni del balletto narrativo e un punto di svolta nella storia del teatro danza europeo. Pina Bausch prese il racconto archetipico (al centro l’uomo che uccideva le proprie mogli) e lo trasformò in un dispositivo scenico ossessivo, disturbante, ma profondamente contemporaneo.



La narrazione, giocata su un meccanismo di ripetizione, si interfacciava con la musica (quest'ultima tratta dall’opera di Béla Bartók) la quale si interrompeva continuamente e si riavvolgeva per mano di Barbablù stesso, come se il tempo fosse rimasto prigioniero della sua volontà. Questo gesto, semplice e brutale, divenne il cuore simbolico dell’opera: il controllo, la manipolazione, la reiterazione della violenza.


Come la musica, anche i corpi dei danzatori vennero attraversati da impulsi contraddittori: desiderio e paura, attrazione e repulsione. Le donne trascinate, esposte, respinte, mentre gli uomini oscillavano tra il dominio e la fragilità. Il risultato fu una coreografia costituita da frammenti emotivi, in cui ogni gesto sembrava nascere da un’urgenza reale, quasi autobiografica.


La scena era spoglia, ma carica di tensione. Non vi furono elementi decorativi superflui, tutto risultò funzionale a creare un ambiente claustrofobico, in cui lo spettatore era costretto a confrontarsi con dinamiche relazionali scomode e spesso disturbanti. Bausch non cercò mai di camuffare la violenza, al contrario la espose continuamente nella sua banalità e ripetitività quotidiana, rendendola ancora più inquietante.


Uno degli aspetti più radicali di Barbe-Bleue di Pina Bausch fu proprio questa ripetizione delle azioni, anche le più crudeli, un loop emotivo, in cui i personaggi erano incapaci di uscire dai propri schemi relazionali (e in questo senso, l’opera anticipò molte riflessioni contemporanee sulle dinamiche di potere, sulle relazioni tossiche, sul consenso sessuale).


A quasi cinquant’anni dalla sua creazione, Barbe-Bleue rimane un lavoro dirompente. Non solo per il suo contenuto, ma per il linguaggio che ha introdotto: un teatro danza che non voleva separare la scena dalla realtà, ma smontare, reinterpretare e poi ricostruire la fiaba in chiave moderna. Una fiaba che continua a risuonare e a parlarci con forza senza offrire risposte consolatorie.

05/04/26

Cos’è lo scrivere? da Urgimi addosso di Roberto Uberti

Cos’è lo scrivere?

È l’arredare stanze di un edificio che ancora

non esiste. È il farsi carico

di un orizzonte muto – sviluppare

lunghe nenie interne mai interrotte.


È il ripercorrere le prospettive lunghe

di un corridoio dalle porte uguali

per individuare una segreta

liturgia da dire.


È forse l’esistere

profondo di una sembianza nuda,

come una polverina per il mal di testa

dentro un bicchiere pieno di sussurri.